città nel futuro

Rigenerazioni urbane nel segno dell’adattamento

Dalle visioni utopistiche di Metropolis di Lang alle ipotesi di Lloyd Wright: da rivalutare le proposte formulate in questi decenni per la città del futuro

Massimo Locci

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Massimo Locci

Pubblicato il

02/10/2026

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Rigenerazioni urbane nel segno dell’adattamento

La conferenza “Città nel futuro” al museo Maxxi di Roma, promossa anche quest’anno da Ance e diretta da Francesco Rutelli, pone in premessa e al centro del dibattito le “infrastrutture per l’adattamento”. Quest’ultimo va inteso come adattamento climatico ma anche politico e sociale, pertanto progettuale e strategico per il governo delle aree urbane.

Non più, quindi, città del futuro immaginate come microcosmi sospesi tra onirico e reale, ma proposte concrete e di sostanza imprenditoriale per affrontare, in particolare, l’emergenza climatica, che quest’anno ha mostrato segni tangibili in tutto l’emisfero settentrionale. Tutto ciò significa che bisogna ripensare integralmente le strategie di trasformazione urbana, mettendo al centro le problematiche ambientali e sociali, di conseguenza ipotizzando spazi pubblici confortevoli e “accoglienti”, residenze ecologicamente efficaci ed economicamente “abbordabili”.

Bisogna ipotizzare programmi di rigenerazione urbana che prevedano un diradamento e la contemporanea densificazione dei manufatti edilizi per consentire la ventilazione naturale, aumentare la permeabilità dei suoli e la rinaturalizzazione di parti del territorio per creare corridoi ecologici, in particolare lungo i fiumi e i waterfront. I nuovi spazi urbani dovranno essere alberati o almeno fortemente ombreggiati; si dovrà utilizzare maggiormente la risorsa acqua, corsi naturali o artificiali, creando bacini di laminazione esterni, per evitare le alluvioni, e laghi urbani per creare microclimi temperati e assorbire le piogge intense. Ovviamente altrettanto necessari sono gli interventi puntuali sugli edifici, con dispositivi attivi di captazione di energie rinnovabili e passivi di protezione degli involucri esterni.

Soprattutto deve cambiare la visione complessiva di come intendiamo trasformare gli spazi di vita dei cittadini, fornendo al contesto pubblico qualità spaziale (la bellezza per gli antichi), aumentando i servizi di prossimità e riducendo gli spostamenti (città dei 15 minuti), creando sicurezza e comfort ambientale.

Se si considera che l’inurbamento andrà ulteriormente aumentando nei prossimi decenni, stimato a metà del secolo fino al 75% della popolazione, e avendo la necessità di non consumare suolo per gli ovvi motivi ecologici, funzionali, trasportistici e di produttività agricola, si dovranno immaginare interventi morfologicamente più densi.

Questo approccio significa che si dovranno rivalutare le tante proposte formulate in questi decenni per la città del futuro, soluzioni a metà strada tra utopia e progetto. Può essere utile, in tal senso, citare alcune delle più famose proposte per l’evoluzione dello spazio urbano, sviluppate in una logica allora dialettica fra estremi apparentemente incompatibili: la ricerca astratta e la sperimentazione realizzabile, oggi si direbbe il dialogo tra il digitale e l’analogico, l’intelligenza artificiale in cantiere e la costruzione tradizionale con il cemento armato, interventi robotizzati e sapienza tattile artigiana.

Faccio riferimento alle fascinazioni di Metropolis, il film di Fritz Lang che nel 2027 compirà un secolo, che molto era debitore alle visioni architettoniche di Antonio Sant’Elia (1888-1916) e che assomigliano sempre più alle attuali fascinose architetture realizzate nelle città cinesi o nel Golfo Persico. Oggi, infatti, sembra concretizzabile l’ipotesi del 1954 di Frank Lloyd Wright di concentrare tutte le funzioni di servizio e residenziali di una città media in un solo grattacielo alto un miglio (1609 m).

In una prospettiva finalizzata a creare ambiti protetti dalle variazioni del clima e dall’inquinamento, potrebbe essere utile recuperare il progetto delle cupole geodetiche per coprire interi centri urbani, proposta per New York da Buckminster Fuller nel 1960. Altrettanto utili potrebbero essere le infinite proposte di Paolo Soleri, di Aldo Loris Rossi o di Luigi Pellegrin per città lineari in contesti climatici estremi. Soleri le chiamava “arcologie” e le immaginava con planimetrie dense e biomorfe, con alte torri residenziali a fungo (in parte ipogee), ecologiche, bioenergetiche e capaci di relazionarsi strettamente al contesto. Erano strutturecontenitore che rappresentavano una risposta unitaria al problema dell’integrazione edificio-città: “urbatetture” le definiva Bruno Zevi.

Certamente oggi valutiamo superate le valenze simboliche e utopistiche di quelle proposte, dimensione che peraltro ha sempre affascinato l’uomo dando forma ai suoi sogni umanitari, in quanto testimonianze esplicite di una ricerca volta, soprattutto, alla risoluzione della forma su un piano di assolutezza espressiva. Non a caso negli anni ’70 Giulio Carlo Argan scriveva: “È facile intendere come dal concetto della forma-ambiente si passi a interventi in grande scala miranti a ri-strutturare e riqualificare il paesaggio (urbano e non), come se esso non potesse avere alcun significato senza il segno significante”.

Molte di queste soluzioni sperimentali allora irrealizzabili, come il codice metabolista che ha aperto la strada all’hi-tech, sono potenzialmente ancora valide e potrebbero caratterizzare gli interventi urbani del futuro con edifici innovativi, non banali, compatti e polifunzionali. Ne è un esempio la città di Masdar City, progettata da Norman Foster in Arabia Saudita attraverso un approccio ecosistemico, contemporaneamente a impatto zero e dalla forte valenza espressiva.

Sia i nuovi interventi sia quelli di rigenerazione urbana dovranno essere sviluppati, dunque, in dialogo con gli elementi naturalistici, rispettando un “know how ambientale”, rafforzando l’identità dei territori e superando, finalmente, il tabù dell’altezza che caratterizza la quasi totalità dei nostri interventi edilizi.

Massimo Locci – Vicepresidente Inarch

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