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Dal Dopoguerra alla ripresa post-Covid, l’edilizia protagonista
Anche oggi casa e costruzioni si confermano decisive con un valore aggiunto pari a un terzo dell’economia

Scritto da
Dino Pesole
Pubblicato il
04/06/2026
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“Il piano per la costruzione di case per i lavoratori è nato per la preoccupazione, in me vivissima, di recare un contributo al riassorbimento di troppi disoccupati italiani. Reputai utile rivolgere il mio sguardo alle costruzioni edilizie, visto che sono le più capaci a fungere da volano al sistema economico”.
Con queste parole Amintore Fanfani commentava nel 1957 la ratio che lo aveva spinto nel 1948, da ministro del Lavoro nel quarto e quinto Governo De Gasperi, a presentare il “Piano Ina-Casa”, primo tangibile esempio di intervento pubblico a sostegno del settore dell’edilizia nel secondo dopoguerra.
I quattordici anni di attività del Piano non rappresentano solo una fase significativa della politica economica del Paese. Avviano anche una delle più consistenti e diffuse esperienze italiane di realizzazione di nuova edilizia sociale.
L’edilizia è del resto da sempre uno dei motori portanti della nostra economia. Lo è stato certamente in quegli anni e poi con alterne vicende e con diversa intensità, a seconda delle diverse stagioni che hanno attraversato lo sviluppo del nostro Paese.
Da diversi angoli visuali, si può affermare che il mondo delle costruzioni, delle abitazioni e degli agglomerati urbani ha rappresentato per un lungo periodo la cartina di tornasole di un Paese che cambiava radicalmente pelle, con un ritmo e un’intensità assolutamente impensabili se ci si sofferma sulla condizione di partenza.
Alla fine del secondo conflitto mondiale erano 1.706.042 le abitazioni distrutte, 942.703 quelle seriamente danneggiate, 3.275.316 quelle colpite lievemente e 1.953.419 i vani alberghieri distrutti.
L’emergenza non riguardava solo la ricostruzione o la riparazione delle abitazioni, ma il ripristino di strade, fognature, acquedotti, uffici pubblici, scuole, ospedali e chiese.
Il “miracolo” si materializza nell’arco di un solo decennio. Poi interviene il “Piano Vanoni” e nel quinquennio 1955-1958 vengono completati 11,5 milioni di nuovi vani. L’investimento in abitazioni supera il 35% del totale degli investimenti effettuati nel Paese.
Le performance del “boom” sono impressionanti: il Pil crebbe tra il 1951 e il 1958 a una media del 5,5%. Gli investimenti lordi, con un incremento medio del 10%, giunsero in pieno boom economico a superare un quarto del prodotto nazionale.
Tra il 1950 e il 1958 il prodotto dell’edilizia crebbe più rapidamente di quello medio dell’industria manifatturiera, giungendo a quadruplicare il suo valore entro il 1962. Un andamento che contribuì al raggiungimento di tassi di crescita dell’economia che negli anni del boom raggiunse e superò il 6,5% annuo. Un livello mai più raggiunto nei decenni successivi.
Poi, come sappiamo, la “congiuntura” virò in negativo e condusse alla “stretta” creditizia del 1964 per far fronte alla tensione sui prezzi, al crescente disavanzo della bilancia commerciale e alle ingenti fughe di capitali all’estero, che portò al blocco dei salari e al congelamento degli scatti di scala mobile.
Sul versante dell’edilizia, pesava la mancanza di una riforma urbanistica che fornisse una risposta concreta agli squilibri territoriali causati dalla lottizzazione selvaggia degli anni del boom.
Arrivano gli anni dell’inflazione a due cifre, innescati dalla prima crisi petrolifera del 1973, e dal crescente squilibrio dei conti pubblici. Nel 1975, per la prima volta dal secondo dopoguerra, il reddito nazionale subisce una contrazione del 3,6%.
Inevitabile l’impatto anche sul versante dell’edilizia, su cui si abbatte l’effetto del rincaro delle materie prime, della “stagflazione” e dell’andamento del costo del lavoro.
Al secondo shock petrolifero del 1979 si cerca di far fronte con il “Piano Pandolfi” e con la vitalità del sistema delle piccole e medie imprese.
Negli anni Ottanta esplode il debito pubblico, che passa dal 66,4% del Pil nel 1982 al 110,8% nel 1992.
Si arriva ai decenni successivi: dal 2008 al 2011 il settore delle costruzioni perde oltre un quinto degli investimenti, pari al -21,1% in termini reali.
È l’onda lunga sia della crisi finanziaria globale che dell’eredità degli anni Novanta, che coinvolge tutti i comparti di attività delle costruzioni ad eccezione del non residenziale privato, agevolato nel biennio 1995-1996 dalle agevolazioni fiscali dirette all’acquisto di immobili strumentali.
A partire dal 1998, i diversi comparti del settore registrano comunque una fase espansiva, invertendo una tendenza che, in coincidenza con la grave crisi economico-finanziaria del 1992, aveva visto ridursi nel periodo 1992-1998 gli investimenti in costruzioni dell’11% in termini reali.
A partire dal 1997 gli investimenti in opere pubbliche avevano comunque ripreso a crescere fino al 2004, con un aumento complessivo degli impieghi nel comparto del 40,7%, pari al 4,4% medio annuo.
Dal 1999 al 2007 gli investimenti in costruzioni crescono del 27,1%, grazie anche all’apporto dell’edilizia residenziale. La spinta viene anche dal più contenuto costo del denaro, effetto tangibile dell’ingresso dell’Italia nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro.
Poi arrivano gli anni della crisi finanziaria globale del 2008-2009 e dei debiti sovrani, che impongono da noi una dolorosa cura dimagrante, con lo spread che nel 2011 arriva a impennarsi fino al livello record di 575 punti base, mentre oggi siamo nei dintorni dei 75 punti base.
Ne risentono gli investimenti nel settore delle costruzioni, che dal 2008 al 2012 subiscono una contrazione del 25,8%.
Da una crisi all’altra: la pandemia provoca una contrazione del Pil di circa il 9%, seguita da una rapida ripresa.
Infine la stagione dei superbonus edilizi, con cui tutt’oggi ci troviamo a fare i conti per effetto del loro pesante impatto sui conti pubblici.
Oggi casa e costruzioni si confermano decisivi per la dinamica industriale del Paese, con un valore aggiunto nazionale del 32%, pari a circa un terzo dell’economia.
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