testimonianza
La grande squadra: una sola maglia per oltre 40 anni
Le proposte per il futuro: meno burocrazia interna e tattica, più strategia e governo del cambiamento
Scritto da
Fabio Moneti
Pubblicato il
04/06/2026
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5'

Dicono che la mia prima parola sia stata… Ance. E forse è andata davvero così. Non poteva essere altrimenti: mio nonno, Renato Presenti, ne è stato Direttore Generale fino al 1972. Mio padre, Giorgio Moneti, dirigente fino al 1983.
Sono cresciuto con quel nome in casa, prima ancora di capire cosa rappresentasse. Ci sono acronimi che diventano identità ed esprimono valori, Ance è uno di questi. Un sistema di principi, prima ancora che un sistema di rappresentanza.
Quarantatré anni di professione con la stessa maglia addosso insegnano che l’Associazione non è un luogo di lavoro: è un perimetro di appartenenza che tiene insieme persone, imprese e territori.
In questo lungo arco di tempo il settore delle costruzioni ha attraversato tutte le stagioni. Gli anni Ottanta dell’espansione e della modernizzazione, la ferita di Tangentopoli, la trasformazione del mercato, la crisi finanziaria e immobiliare, la lunga recessione che ha prosciugato cantieri e bilanci. Poi la ripartenza, faticosa e diseguale, fino alla ripresa degli ultimi anni.
Governi diversi, cicli economici diversi, regole diverse. A tenere insieme il sistema è stato un elemento costante: il senso di appartenenza. Quella forza invisibile che fa la differenza quando tutto intorno cambia.
Non si arriva a 80 anni di storia senza la professionalità e la tenacia degli imprenditori e dei colleghi sul territorio. È lì che l’Associazione misura ogni giorno la propria efficacia. Sono loro ad aver fatto la differenza nei passaggi decisivi.
Penso a figure non più tra di noi, come Claudio De Albertis, Giuseppe Colleoni, Alessandro Cherio: uomini che hanno creduto nell’Associazione e nel settore, capaci di visione e di concretezza. Esempi, non certo gli unici, di come si interpreta la rappresentanza come servizio, non come potere.
Hanno lasciato un segno perché hanno saputo unire rigore e passione, interesse generale e interesse d’impresa.
Ma i tempi cambiano. Negli ultimi vent’anni il sistema associativo ha vissuto una trasformazione profonda: abbiamo archiviato la rigidità per aprirci alla partecipazione. Abbiamo superato il formalismo per scegliere il pragmatismo.
Un cambio di passo che ha reso l’Associazione più aperta, più veloce, più vicina alle imprese. Meno procedure, più obiettivi. Meno autoreferenzialità, più ascolto.
È un cambiamento che si vede nel metodo di lavoro. Il confronto, a volte anche lo scontro, è sempre stato orientato a un risultato comune: far crescere l’Associazione e il settore.
La sinergia tra centro e territorio è diventata quotidiana. I rapporti umani hanno rafforzato quelli professionali. E le difficoltà, quando arrivano, si affrontano insieme. È questo il collante che ha permesso di trasformare i problemi in opportunità.
Ci sono momenti che segnano un prima e un dopo. Il convegno del 1985 “Costruire per lo sviluppo, meno vincoli più certezze” è uno di questi. Un titolo che oggi suona ancora attuale, perché il nodo del settore resta lo stesso: liberare energie, dare regole chiare, garantire tempi certi.
Le Assemblee, pubbliche e private, anno dopo anno, hanno confermato lo stesso spirito: luogo di proposta, non di protesta. La collaborazione tra colleghi ha costruito i successi e il riconoscimento della forza dell’Associazione.
Non ci sono stati solo successi. Oltre dieci anni di crisi hanno lasciato segni profondi. Difficoltà finanziarie, contratti di solidarietà, riorganizzazioni dolorose. Fasi che logorano, che mettono alla prova la tenuta di un’organizzazione e delle persone che la animano.
Ma la convinzione non è mai venuta meno: l’Associazione poteva tornare forte. E così è stato. Perché quando la rappresentanza è credibile, le imprese rispondono. Quando il sistema è coeso, i risultati arrivano.
Poi è arrivata la pandemia. Il Paese si è fermato, i cantieri hanno rallentato, gli uffici si sono svuotati. Ma il filo diretto con i territori non si è mai interrotto.
Riunioni online, videochiamate per guardarsi negli occhi e non solo per ascoltarsi. La sede è rimasta aperta, con le bandiere di Ance, Italia ed Europa all’ingresso. Un segnale semplice: noi ci siamo.
Eppure la tristezza di quegli uffici semivuoti, la polvere sulle scrivanie, ricordava a tutti quanto conti la presenza, il contatto, la comunità. E ora ci apprestiamo a festeggiare ancora una volta quella comunità.
Il libro fotografico per i 75 anni ha raccontato con le immagini l’impegno, le battaglie, i traguardi. Un modo per fissare la memoria e trasmetterla a chi verrà. Tra i momenti istituzionali resta indelebile l’incontro con Papa Francesco: un richiamo alto al valore sociale del lavoro e alla responsabilità dell’impresa.
Il 15 giugno Ance festeggia 80 anni. È un traguardo storico, ma è soprattutto un punto di partenza. La sfida dei prossimi anni è chiara: continuare a crescere e rafforzarsi con lo stesso spirito, ma con strumenti nuovi.
Il settore è al centro di transizioni epocali. Transizione ecologica, digitale, demografica. Servono case, scuole, infrastrutture sicure e sostenibili. Serve rigenerazione urbana vera, non annunci. Serve qualità della spesa pubblica e tempi certi di decisione.
Per questo l’Associazione deve evolvere ancora. Meno burocrazia interna, più capacità di proposta. Meno tattica, più strategia. Meno difesa dell’esistente, più governo del cambiamento.
Il rapporto con le istituzioni va costruito sulla competenza dei dossier e sull’affidabilità degli impegni. Il rapporto con il sindacato va consolidato nel sistema bilaterale, che è un patrimonio del settore e va difeso con regole coerenti. Il rapporto con i territori deve essere bidirezionale: il centro che ascolta, i territori che partecipano.
Guardando avanti, tre parole chiave possono guidare il lavoro: unità, competenza, coraggio.
Unità, perché la frammentazione indebolisce tutti. Competenza, perché senza contenuti la rappresentanza diventa guscio vuoto. Coraggio, perché le scelte difficili non si possono rinviare.
Ance ha 80 anni di storia alle spalle. Non sono un peso: sono una responsabilità. La responsabilità di essere utili alle imprese e al Paese.
La storia continua. Con lo stesso spirito di appartenenza, ma con la consapevolezza che ogni generazione deve scrivere la propria pagina.
Gli 80 anni non sono un traguardo celebrativo. Sono un impegno a fare meglio, con più velocità e più impatto. Perché la rappresentanza, oggi, si misura su una cosa sola: la capacità di cambiare le cose.
Quella che mi auguro avranno i tanti giovani che lavorano nel nostro sistema e che hanno il compito di raccogliere questa eredità e di proiettarla con energia e passione nel presente e nel futuro.
La mia lunga storia professionale invece è giunta al termine, ma il mio affetto, la vicinanza e la riconoscenza per tutto quello che ho avuto e ho avuto modo di dare non finirà mai.
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