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La lezione del Piano Fanfani e il ruolo dei privati

Nel 1949 la nascita di Ina-Casa segnò una svolta con l’avvio di ventimila cantieri e l’impiego di oltre 460mila lavoratori

Scritto da

Massimo Locci

Pubblicato il

04/06/2026

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4'

Durante la ricostruzione postbellica il settore delle costruzioni, grazie a un impiego rilevante di addetti, consentì di far ripartire complessivamente l’economia italiana, di ricostruire le infrastrutture e di affrontare la carenza di alloggi. In particolare nelle città del Nord e nella Capitale, che aveva origine anche dalla forte immigrazione interna.

Emerse la necessità di definire nuove modalità per affidare celermente le gare di appalto, con criteri trasparenti, e di superare l’arretratezza del settore edilizio. A tutto ciò l’Ance diede un contributo significativo.

Nel 1947, con il Piano Marshall, gli Usa stanziarono cifre considerevoli per rilanciare l’economia europea. L’Italia, nei quattro anni di operatività del piano, utilizzò i fondi soprattutto per la ricostruzione del patrimonio edilizio e per la formazione tecnico-scientifica.

Molto importante fu il dialogo con il mondo della progettazione: negli stessi anni si realizzava il “Manuale dell’Architetto”, che definiva procedure di standardizzazione estremamente utili sia a livello teorico, sia tecnico e di conoscenza dei materiali.

Nel manuale i temi del progetto funzionale dell’architettura e del disegno degli spazi urbani sono strettamente connessi con quelli della tecnica realizzativa, diventando codice comune tra progettisti e imprenditori.

Per risolvere il problema della carenza di alloggi e per rilanciare la ripresa economica, nel 1949 fu varata la legge n. 43, più nota come Piano Fanfani, “per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori”.

Nacque così l’Ina-Casa, che utilizzò i fondi del Piano Marshall, dei contributi dei lavoratori, dei datori di lavoro e dello Stato.

Con il Piano Ina-Casa si aprirono ventimila cantieri, furono impegnati 460.000 lavoratori edili e quasi un terzo degli architetti e degli ingegneri italiani. Soprattutto furono predisposte nuove procedure operative e l’adozione di un nuovo linguaggio architettonico, che ha reso caratteristico e riconoscibile il piano in tutta Italia.

Negli indirizzi dell’Ufficio tecnico veniva prescritto di curare le relazioni con i luoghi, i contesti storici e i paesaggi, articolando le morfologie e le facciate con superfici discontinue e spezzate per ridurre l’impatto volumetrico, con la presenza di aggetti e di logge per ottenere benefici bioclimatici, con l’uso di materiali del luogo e durevoli.

Questi finanziamenti, però, consentirono di realizzare meno di un quinto delle necessità abitative. Il resto del fabbisogno venne momentaneamente soddisfatto dall’attività privata dei costruttori e dalle cooperative edilizie che utilizzarono le agevolazioni previste dalla specifica legge Tupini.

Le “palazzine” furono le tipologie più utilizzate, ora con soluzioni banali e ripetitive, ora con interessanti sperimentazioni, tanto da diventare una componente caratteristica dell’immagine delle nostre città, in quanto erano le più versatili per far fronte al crescente fabbisogno del mercato immobiliare e congeniali alle nuove piccole imprese.

Il processo di rinnovamento complessivo del mondo delle costruzioni non poteva che vedere coinvolti sullo stesso fronte i progettisti, sostenitori dell’architettura come atto di cultura integrata, e le imprese aperte ai nuovi orientamenti.

Nel 1959 a Roma venne fondato l’Istituto Nazionale di Architettura – IN/Arch, di cui Ance è stato socio fondatore. Al suo interno, accanto ad analisi teoriche e di stampo linguistico, si sono affrontate quelle di natura tecnico-economica, in una logica di confronto costante con la società.

L’Istituto, infatti, ha creato un trait d’union con il mondo della politica e con le amministrazioni pubbliche. Importanti sono stati gli approfondimenti sull’industrializzazione edilizia e sulle metodologie d’intervento nel patrimonio esistente, sulla rigenerazione urbana, sulle infrastrutture, sul contenimento energetico e sulla sostenibilità complessiva, facendo da volano al cosiddetto “miracolo economico”.

Il tema della residenza in Italia, dunque, ha avuto tre grandi fasi.

La prima, dagli inizi del Novecento fino agli anni Quaranta, si è attuata in continuità con la tradizione ottocentesca, principalmente con soluzioni intensive. Un rapido confronto con le coeve esperienze europee evidenzia una arretratezza funzionale e nelle modalità costruttive.

Nella seconda fase, dal dopoguerra agli anni Novanta, sono state individuate soluzioni morfologicamente articolate e con tipologie variate cui ha corrisposto un’innovazione complessiva, allineandosi, quindi, alla migliore ricerca internazionale.

È mancata totalmente, però, un’attenzione agli aspetti energetici, sia in termini di captazione di energie rinnovabili, sia in termini passivi di coibentazione dei manufatti edilizi.

Nella terza fase, dall’inizio del secolo a oggi, il mondo delle costruzioni sarebbe stato in grado di soddisfare tutti i requisiti tecnici, architettonici e bioclimatici, di intercettare le necessità fruitive contemporanee e i nuovi modi dell’abitare, ma non ci sono stati programmi e i necessari finanziamenti per l’edilizia accessibile, tantomeno modalità efficaci per partenariati pubblico-privati.

Massimo Locci
Vice Presidente Inarch

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