intervista

La strada del partenariato per la rigenerazione urbana

Intervista con il Presidente di Ance Toscana, Rossano Massai: “Il futuro del settore passa da un cambio culturale profondo”

Scritto da

Antonio Troise

Pubblicato il

23/07/2026

Tempo di lettura

3'

Partire da Sollicciano, uno dei nodi più critici del sistema penitenziario toscano, per dimostrare che il partenariato pubblico-privato può diventare una risposta concreta anche alle emergenze sociali più difficili. È questa la sfida lanciata da Ance Toscana, come spiega nell’intervista a Ancemag il presidente Rossano Massai.

Il progetto su Sollicciano può essere un modello replicabile anche in altri territori?

«Sicuramente sì. Abbiamo scelto Sollicciano perché è una struttura al centro del dibattito pubblico, anche per le condizioni di sovraffollamento e per le iniziative che negli ultimi tempi hanno portato alla chiusura di alcune parti e al trasferimento di alcuni detenuti. Personalmente non ho potuto visitare Sollicciano, perché non è consentito, ma sono stato nel carcere accanto, Gozzini, che mi dicono essere in condizioni migliori. Eppure ho visto situazioni non umane, non accettabili per istituti che dovrebbero avere una funzione di recupero. La scelta di Sollicciano nasce proprio da qui: dimostrare che, anche davanti a una situazione sociale molto grave, l’unione tra pubblico e privato può contribuire a risolvere un problema enorme».

Che cosa prevede il progetto?

«Per rendere il progetto il più possibile realizzabile abbiamo chiesto le planimetrie della struttura e abbiamo affidato la redazione a professionisti di grande esperienza. Il quadro economico prevede tutte le spese di progettazione e realizzazione, ma anche la gestione di una serie di attività che consentono al privato di rientrare dell’investimento. Il costo complessivo dell’opera è stimato in 48 milioni di euro. Il progetto prevede un intervento privato di circa 27 milioni e un contributo pubblico di circa 21 milioni. Nella prima fase recupereremo un magazzino oggi inutilizzato. Qui sarebbero ricavati locali moderni, camere monoletto con bagno, spazi comuni, biblioteca, lavanderia, palestra. Una volta ristrutturato il magazzino, vi sarebbero trasferiti alcuni detenuti, liberando progressivamente le ali esistenti, che potrebbero essere ristrutturate. Alla fine si otterrebbe un carcere più moderno, più dignitoso e con almeno 120 posti in più».

Come rientrerebbe l’investimento privato?

«Il progetto prevede una gestione trentennale di alcuni servizi: mensa, lavanderia, pulizie, attività sportive, attività formative e ricreative, oltre alla manutenzione della struttura. Attraverso queste attività, nell’arco dei 30 anni, il privato può rientrare delle spese sostenute e ottenere un giusto guadagno. Se funziona in un caso così difficile, può funzionare anche per altri edifici pubblici inutilizzati o da ristrutturare».

Il partenariato pubblicoprivato è ancora poco utilizzato in Italia. Che cosa serve per spingerlo davvero?

«Come Ance sosteniamo da tempo che questo è il futuro. La rigenerazione urbana non riguarda solo edifici privati, ma anche opere e immobili pubblici. Il pubblico, da solo, non ce la può fare. Solo unendo risorse pubbliche e private si possono ottenere risultati reali. Però ci sono alcuni problemi da risolvere. Le amministrazioni pubbliche devono avere figure più preparate e competenti per gestire operazioni complesse. Poi anche gli operatori privati devono imparare a unirsi: in un progetto di partenariato c’è chi progetta, chi costruisce, chi gestisce».

C’è anche un tema normativo?

«Sì. Una recente impostazione europea ha bocciato il diritto di prelazione per chi presenta il progetto. Questo rischia di frenare l’iniziativa privata: se un’impresa lavora a un progetto, sostiene costi e poi, quando va a gara, può essere superata da un altro soggetto che migliora di poco l’offerta, il meccanismo diventa poco attrattivo. È previsto un rimborso, ma non basta. Su questo stiamo lavorando a livello nazionale, con il Parlamento e il Governo, e anche attraverso i nostri rappresentanti a Bruxelles».

Che ruolo può svolgere Ance Toscana per diffondere questa cultura?

«Il nostro compito è creare una nuova mentalità nelle imprese. Oggi si parla di rigenerazione urbana, recupero, riuso, gestione, partenariato. Per questo stiamo organizzando iniziative e abbiamo lavorato molto anche con il gruppo giovani di Ance Toscana. L’esperienza di Sollicciano serve proprio a indicare una strada: dopo i bonus e il Pnrr, bisogna guardare oltre. Il futuro del settore passa da un cambio culturale profondo, da nuove competenze e da una collaborazione più forte tra pubblico e privato».

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