intervista
La grande stagione delle riforme non è ancora finita
Vivere dentro una giungla di leggi e procedure complicate significa rallentare investimenti e crescita
Scritto da
Adriano Baffelli
Pubblicato il
04/06/2026
Tempo di lettura
9'

Biografia
Nata a Rovigo, Maria Elisabetta Alberti Casellati, prima donna della Repubblica Italiana eletta Presidente del Senato, seconda carica istituzionale dello Stato Italiano, si laurea in Giurisprudenza e in Diritto Canonico.
È stata docente di Diritto Canonico ed Ecclesiastico nelle Università di Padova e Ferrara; ha esercitato la professione forense a livello nazionale e internazionale, operando sia nell’ordinamento dello Stato sia in quello della Chiesa.
Tra le sue pubblicazioni figurano due monografie e numerosi saggi.
Il 22 ottobre 2022 ha giurato come ministra per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa nel Governo Meloni, incarico che ricopre attualmente.
Nell’ambito delle sue deleghe, sta promuovendo la riforma costituzionale del premierato, finalizzata ad assicurare maggiore stabilità di governo al Paese, e la riforma costituzionale per dotare Roma Capitale di maggiori poteri e risorse.
Sta compiendo una consistente opera di sfoltimento, classificazione e riordino della legislazione vigente, che ha già portato alla riduzione del 28% dello stock normativo.
Precedenti incarichi istituzionali e attività parlamentari: dalla prima elezione nel 1994, è stata riconfermata al Senato nel 2001, 2006, 2008, 2013, 2018 e nel 2022.
Nel 1994 è stata eletta Presidente della Commissione Igiene e Sanità. Nel 2001 è stata eletta Presidente della Commissione per le Questioni regionali e della Commissione Pari Opportunità.
Dal 2004 al 2006 ha ricoperto l’incarico di Sottosegretario di Stato alla Salute. Dal 2008 al 2011 è stata Sottosegretario di Stato alla Giustizia.
Nel 2013 è stata eletta nel Consiglio di Presidenza del Senato come Segretario d’aula. Nel 2014 è stata eletta al Consiglio Superiore della Magistratura come membro laico dal Parlamento riunito in seduta comune.
Dal 2018 al 2022 è stata Presidente del Senato, risultando il Presidente più votato a Palazzo Madama dall’inizio, nel 1994, della Seconda Repubblica e primo Presidente a provenire dalle fila dell’opposizione parlamentare.
Intervista
Maria Elisabetta Alberti Casellati rappresenta una figura di rilievo nella storia istituzionale e politica italiana. Prima donna della Repubblica ad essere eletta Presidente del Senato, ha infranto un simbolico ma significativo soffitto di cristallo, aprendo la strada a un nuovo modo di leggere la leadership femminile nelle istituzioni.
La sua carriera è stata segnata da una costante attenzione al valore delle competenze, al rispetto delle regole democratiche e alla promozione di una cultura politica improntata alla responsabilità e al merito.
Oggi, nel suo ruolo di ministra per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa, Casellati è impegnata in una sfida complessa: rendere le istituzioni italiane più efficienti, moderne e vicine ai cittadini, con l’obiettivo di semplificare i processi decisionali e rafforzare la stabilità del sistema politico.
Un compito che richiede visione, equilibrio e capacità di mediazione, qualità che la ministra ha dimostrato di possedere nel corso della sua lunga esperienza parlamentare.
Nel dialogo con lei emerge anche una riflessione più ampia sul ruolo delle donne nella società e nell’economia italiana.
L’esempio di Casellati testimonia come la presenza femminile nelle alte cariche dello Stato non sia soltanto un traguardo simbolico, ma una risorsa sostanziale per l’innovazione, la coesione e la competitività del Paese.
La sua vicenda personale e politica diventa così un’utile premessa per discutere di meritocrazia, pari opportunità e cultura della responsabilità, a vantaggio di una democrazia più pienamente rappresentativa.
Le iniziative che in particolare la senatrice Alberti Casellati sta promuovendo ruotano attorno a due assi della riforma istituzionale: il premierato, cioè l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, e la riforma costituzionale per Roma Capitale, che conferirebbe alla città più poteri legislativi e risorse.
Casellati ha spiegato la riforma del premierato quale strumento per garantire maggiore stabilità e chiarezza del mandato democratico, ponendo fine ai frequenti cambi di governo che hanno caratterizzato la storia repubblicana recente.
Il suo assunto, condiviso nel Governo Meloni, è che l’Italia vive da decenni una crisi di governabilità: alleanze variabili, cadute improvvise, esecutivi deboli, con conseguente lentezza decisionale.
Il premierato, nella loro visione, consentirebbe orizzonti di legislatura più certi, così da attuare programmi completi; responsabilità diretta davanti agli elettori, eliminando l’ambiguità di leadership formata dopo le elezioni; riduzione del potere negoziale dei piccoli partiti, percepito come causa di instabilità.
Con la riforma di Roma Capitale, si interverrebbe sul livello territoriale: una capitale in grado di governarsi meglio, allineata al peso simbolico, amministrativo e internazionale che esercita.
Casellati interpreta entrambe le riforme come passaggi necessari per modernizzare le istituzioni italiane in un contesto europeo in cui efficienza, stabilità e capacità di attuazione delle politiche sono considerati fattori competitivi.
Ministra Casellati, il 2 giugno del ’46 si votò per il referendum istituzionale, con la vittoria della Repubblica, e per l’elezione dell’Assemblea Costituente; il 5 maggio dello stesso anno nasceva a Roma l’Associazione nazionale costruttori edili. Quali crede debbano essere gli insegnamenti e gli esempi che un’Associazione come Ance deve tenere a mente per non tradire la propria missione?
Il 1946 è l’anno in cui nasce l’Italia repubblicana. Ed è anche l’anno in cui nasce Ance. Non è una coincidenza. Mentre la Repubblica veniva costruita nelle istituzioni, l’Italia si ricostruiva nei cantieri.
Ance nasce in una stagione di coraggio, visione e responsabilità nazionale. C’era un Paese da rialzare dalle macerie e i costruttori hanno fatto la loro parte.
Da allora hanno accompagnato la crescita dell’Italia, dal dopoguerra fino a oggi. Costruire non significa solo realizzare opere. Significa creare lavoro, sviluppo, comunità.
L’edilizia e le infrastrutture non sono solo cemento. Sono competitività, libertà economica e mobilità sociale. Sono gli strumenti con cui un Paese cresce e si modernizza.
La missione di Ance, ieri come oggi, è questa: aiutare l’Italia a costruire il proprio futuro. Perché ogni grande stagione di crescita e ogni fase di rinascita passano sempre dai cantieri. E passeranno ancora da lì.
Sempre nel 1946, il 10 marzo, si tennero le prime elezioni amministrative in cui le donne italiane votarono. Lei è stata la prima donna nella storia della Repubblica Italiana a ricoprire la carica di Presidente del Senato, eletta il 24 marzo 2018 durante la XVIII legislatura. Come vede il ruolo delle donne attualmente nel nostro Paese?
Il voto del 1946 ha cambiato la storia d’Italia. Per la prima volta le donne sono entrate nella vita democratica del Paese dalla porta principale. Da lì è iniziato un lungo cammino di emancipazione, libertà e responsabilità.
Per me essere stata la prima donna Presidente del Senato, dopo oltre settant’anni di Repubblica, è stato un grande onore ma anche una grande responsabilità istituzionale.
Ma la mia elezione non è stata solo un traguardo personale. È il risultato del coraggio di generazioni di donne che hanno aperto la strada. Donne spesso rimaste fuori dai libri di storia, ma decisive per la crescita dell’Italia.
Sempre riguardo al ruolo delle donne nella società, a che punto siamo e quali sono le azioni da realizzare per il futuro?
Oggi le donne hanno conquistato spazio nelle istituzioni, nelle professioni, nelle imprese. Ma la strada non è ancora conclusa. Se guardiamo ai ruoli decisionali, agli incarichi apicali o agli stipendi, il divario resta evidente.
Pesano ancora troppe resistenze culturali e troppi stereotipi. Ma la parità non è una battaglia ideologica. È una questione di merito, libertà e crescita.
Un Paese che non valorizza il talento femminile è un Paese che limita se stesso. La Banca Mondiale stima che colmare il divario di genere aumenterebbe il Pil globale di oltre il 20%.
Per questo servono strumenti concreti. Ed è con questo obiettivo che ho introdotto la Vige, la Valutazione di impatto di genere, nella legge sulla semplificazione.
La vera sfida oggi è una sola: fare in modo che nessuna donna debba dimostrare il doppio per ottenere ciò che merita.
Su quali obiettivi del Governo Meloni si è particolarmente concentrata l’attività del suo ministero?
L’attività del mio ministero si è concentrata su due grandi priorità del programma con cui il centrodestra ha vinto le elezioni: riforme istituzionali e semplificazione normativa.
L’Italia ha bisogno di istituzioni più stabili, più efficienti e più vicine ai cittadini. In oltre settant’anni di Repubblica abbiamo avuto più di sessanta governi, con una durata media di 14 mesi. È evidente che un problema di stabilità esiste.
La riforma del premierato nasce da qui: dare agli elettori la possibilità di scegliere da chi essere governati, garantire governi che possano durare e rafforzare il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Più stabilità significa più credibilità internazionale, più capacità di programmare il futuro, più forza nell’affrontare le grandi sfide economiche e sociali.
L’altro grande tema è la semplificazione. E non è un tema tecnico, come qualcuno è portato a pensare. Un Paese bloccato da una selva di norme e procedure non riesce a crescere.
La burocrazia in Italia è uno stalker quotidiano che costa circa ottanta miliardi l’anno alle imprese e oltre 220 miliardi se consideriamo famiglie e sistema economico nel suo complesso.
Semplificare significa liberare energie, attrarre investimenti, dare certezza dei diritti ai cittadini, percorsi e tempi più chiari alle imprese.
Qual è, secondo lei, la visione di città e territorio che dovrebbe guidare l’Italia nei prossimi vent’anni?
Quando penso all’Italia del futuro penso a un Paese più vicino ai cittadini, alle imprese, ai territori. Le città devono tornare a essere motori di sviluppo, innovazione, qualità della vita e coesione sociale. Ma i territori non possono sentirsi periferia.
Lo spopolamento delle aree interne e la fuga dei giovani sono una delle grandi emergenze italiane ed europee.
Ne ho discusso recentemente a Bruxelles con il Vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto, che ha coinvolto il mio ministero nella strategia europea sul “Right to Stay”: il diritto a restare nella propria terra senza essere costretti a partire.
Per questo oggi parlare di città significa parlare anche di infrastrutture, servizi, casa, mobilità, lavoro e opportunità per le nuove generazioni.
E quali riforme istituzionali sono davvero necessarie per renderla possibile?
Non possiamo avere un’Italia che cresce a due velocità: grandi aree metropolitane sempre più forti e territori che si svuotano. La vera sfida è tenere insieme competitività e coesione.
E penso anche alla valorizzazione di Roma come Capitale d’Italia, che deve finalmente avere strumenti adeguati al ruolo che ricopre, come previsto nel progetto di riforma che stiamo portando avanti.
Lei ha fatto della semplificazione un suo cavallo di battaglia. Quanto ancora c’è da fare per rendere il nostro Paese sempre più efficiente?
C’è ancora molto da fare. E la semplificazione normativa è una straordinaria leva economica a costo zero.
Oggi vivere dentro una giungla di norme e procedure complicate significa rallentare tutto: investimenti, crescita, pubblica amministrazione, vita quotidiana dei cittadini e delle imprese.
Per questo abbiamo deciso di affrontare il problema in modo strutturale e non con interventi spot. Con la legge annuale di semplificazione stiamo mettendo ordine nella normativa attraverso Testi Unici nei settori strategici.
E abbiamo introdotto anche due innovazioni importanti: oltre alla già richiamata Valutazione di impatto di genere, anche la Valutazione di impatto generazionale.
Perché una legge non può essere valutata solo per gli effetti immediati. Dobbiamo chiederci quale impatto avrà sui giovani, sulle donne e sulle future generazioni.
Non possiamo continuare a produrre norme che si sovrappongono e si contraddicono. E soprattutto non possiamo più fare leggi con la logica dell’oggi pomeriggio.
È tempo di guardare al domani, ai giovani, a chi verrà dopo di noi.
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