la nostra storia
L’industria delle costruzioni strumento della modernizzazione del Paese
2000-2006 / 2015-2016
Scritto da
Claudio De Albertis
Pubblicato il
04/06/2026
Tempo di lettura
4'

Il 5 maggio 1946 nasceva l’Associazione nazionale dei costruttori. Erano anni difficili. L’Italia usciva dalle tragiche esperienze della guerra. La democrazia muoveva i primi passi.
L’industria italiana aveva di fronte il duplice, difficile compito di risollevarsi dalle distruzioni subite e di sostenere lo sviluppo economico del Paese, già in grave ritardo rispetto agli altri Stati occidentali.
Il “miracolo”, come venne chiamato poi, fu compiuto. L’industria italiana non solo guarì rapidamente dalle sue ferite, ma conquistò il settimo posto nel mondo.
Migliaia di imprese nacquero e si diffusero su quasi tutto il territorio nazionale. Centinaia di migliaia di persone migrarono dalle campagne alle città, dal Sud al Nord.
Fu quello un momento epocale per la categoria che l’Ance rappresenta. La grande ondata di cambiamento che investì il Paese diede infatti luogo ad una gigantesca domanda di abitazioni e di infrastrutture.
Nell’arco di pochi lustri il volto dell’Italia cambiò. Si espansero le città, si costruirono strade ed autostrade, si realizzarono le prime grandi opere infrastrutturali nel Mezzogiorno.
Fu un processo edificatorio convulso, fatto di luci ed ombre, di grandi realizzazioni, ma anche di scontri sociali e di crisi di immagine della categoria.
Nuovi e grandi problemi, ancora oggi non del tutto risolti, entrarono prepotentemente nel mercato edilizio: dal recupero delle immense periferie alla necessità di case per vecchi e nuovi poveri, fino al complesso, e spesso conflittuale, rapporto fra il costruire e la sua compatibilità ambientale.
Un processo edificatorio imponente, ma nel quale l’investimento in costruzioni si è trovato ineluttabilmente legato a scelte di politica economica non sempre “neutre”, bensì frutto di una lettura ideologica della gestione del territorio.
Scelte che hanno fortemente condizionato la libera iniziativa imprenditoriale e frenato il contributo del capitale privato alla modernizzazione delle reti e delle città.
Pur restando fedele al suo dovere istituzionale di difendere gli interessi della categoria, tuttavia l’Ance ha sempre cercato soluzioni legislative che rendessero questi interessi di parte coerenti con gli interessi più generali della società civile.
Nell’ultimo decennio è intervenuto un cambiamento strutturale del mercato delle costruzioni e del ruolo dell’impresa edile.
Con la crisi del modello produttivo basato sulla produzione di manufatti industriali e con l’affermarsi di un nuovo modello nel quale pesano sempre di più attività terziarie avanzate e realizzazioni frutto dell’ingegno e della creatività, le città sono tornate ad essere centri di sviluppo perché costituiscono l’humus ideale nel quale tutte queste attività possano nascere.
Ecco che il prodotto edile, che fino a ieri “seguiva” il prodotto industriale, oggi è esso stesso, nelle sue variegate forme, fattore capace di innescare sviluppo ed occupazione.
Di conseguenza è anche cambiato il modello d’impresa edile, perché è cambiata la domanda ed è cambiato il ruolo degli investimenti in costruzioni nell’economia del Paese.
Interpretare questi nuovi scenari di mercato e proporre alle forze politiche e ai Governi scelte finanziarie, urbanistiche, fiscali e tecnologiche ad essi coerenti è stato ed è il compito dell’Ance.
Un compito che si realizza con la costante partecipazione al dibattito politico, con il dialogo con l’opinione pubblica, con il supporto alle imprese perché siano più competitive e sempre più vicine agli interessi della società civile.
Sulla base della convinzione che oggi l’industria delle costruzioni, con il suo articolato tessuto di imprese, presente anche nelle aree più depresse, con i suoi quasi due milioni di occupati, con una mole di investimenti pari a 130.000 milioni di euro e un’incidenza sul Pil che raggiunge il 9%, rappresenti uno strumento indispensabile della modernizzazione del nostro Paese.
Una modernizzazione che, se è ancora oggi condizione essenziale del futuro, certamente è stata, con le sue luci e le sue ombre, la cifra degli ultimi sessant’anni di storia italiana.
Questo libro non vuole essere la storia delle trasformazioni avvenute nell’arte del fabbricare e tantomeno la storia delle trasformazioni subite dalle città.
Le immagini in esso contenute vogliono piuttosto testimoniare la straordinaria capacità di un’opera di fissare e rappresentare non solo le aspirazioni, la cultura, le esigenze di una società in divenire, ma anche gli sforzi, le intelligenze, l’ingegno, l’inventiva, la conoscenza, il lavoro e il sudore dei tanti, uomini e donne, che hanno partecipato alla sua realizzazione.
Essere protagonisti di questo mondo, come imprese e come Organizzazione che le rappresenta, è motivo di grande orgoglio.
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