il “dopo Biennale”
Dal mattone all’algoritmo: come i robot cambiano il lavoro in cantiere
Il commento
Scritto da
Adriano Baffelli
Pubblicato il
29/05/2026
Tempo di lettura
2'

L’interessante edizione 2025 della Biennale Architettura di Venezia, curata da Carlo Ratti, grazie anche al supporto di Ance e della Filiera Fondamentale, ha proposto un filone stimolante e innovativo: quello che riguarda le sperimentazioni con robot legati al mondo del costruito, non solo come oggetti espositivi, ma come prototipi critici e laboratori di ricerca sulle possibilità future per i cantieri.
Difficilmente dimenticheremo gli umanoidi e le loro evoluzioni tra le reti d’acciaio, meta di un incessante pellegrinaggio tra addetti ai lavori, imprenditori, tecnici, docenti, studenti. Ripensando agli stimolanti confronti allestiti alle Corderie dell’Arsenale veneziano, proviamo a riflettere sul rapporto tra uomo e robot nei cantieri.
L’immaginazione collettiva corre verso scenari futuristici: macchine umanoidi che sostituiscono gli operai, edifici che prendono forma senza intervento umano, cantieri silenziosi governati da algoritmi. La realtà, come spesso accade, è meno spettacolare ma molto più significativa. La robotica non ha rivoluzionato il cantiere in modo improvviso; lo sta invece trasformando lentamente, in modo selettivo e mirato, intervenendo là dove il lavoro è più ripetitivo, faticoso o pericoloso.
L’edilizia, del resto, è sempre stata un settore difficile da automatizzare. A differenza dell’industria manifatturiera, il cantiere non è una catena di montaggio: è un ambiente aperto, mutevole, spesso imprevedibile. Ogni sito è diverso, ogni edificio presenta variabili specifiche, ogni fase di lavoro deve fare i conti con condizioni climatiche, interferenze, adattamenti in corso d’opera.
È proprio questa complessità a spiegare perché la robotica abbia fatto il suo ingresso nel costruire per piccoli passi, evitando soluzioni universali. I robot che oggi lavorano nei cantieri non sono macchine “intelligenti” nel senso umano del termine. Sono strumenti estremamente specializzati, progettati per svolgere un singolo compito con precisione e continuità.
In un grande solaio in cemento armato, ad esempio, può comparire un robot che avanza lentamente lungo la maglia delle barre d’acciaio, legandone le intersezioni una dopo l’altra. L’operaio non scompare, ma cambia ruolo: controlla, supervisiona, gestisce il processo.
In altri contesti, prima ancora che inizi la costruzione vera e propria, piccoli robot mobili percorrono i pavimenti tracciando linee, quote, assi e riferimenti. Sono sistemi di layout automatico che traducono direttamente i disegni digitali in segni fisici sul cantiere, con una precisione difficilmente raggiungibile a mano.
In questo caso la robotica non costruisce, ma prepara il terreno, riducendo errori e incomprensioni tra progetto e realizzazione.
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