l’inchiesta: in pista il sistema Italia
Che cosa resta dopo i Grandi Eventi

Scritto da
Emanuele Imperiali
Pubblicato il
29/05/2026
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4'

Un interrogativo si pone sempre, in occasione dei Grandi Eventi che si svolgono in Italia, al di là degli effetti immediati in termini di aumento del Pil nell’area interessata, creazione di occupazione e sviluppo dell’indotto: cosa resta veramente e in modo duraturo sul territorio a distanza di anni?
È possibile misurare la crescita economica e sociale che genera a lungo termine, non solo nell’immediato, in particolare per quel che riguarda le infrastrutture che si costruiscono in occasione di ogni manifestazione di tal natura? Una domanda lecita e opportuna alla quale non sempre è facile dare una risposta. Che si pone oggi in vista dei 25° Giochi olimpici invernali, Milano Cortina 2026, che si terranno dal 6 al 22 febbraio, congiuntamente nelle due città assegnatarie.
L’esperienza del passato ci può aiutare a capire se e come queste grandi opere pubbliche siano diventate o meno patrimonio delle città, se siano state utilizzate proficuamente nell’interesse dei cittadini o piuttosto si siano trasformate in simboli viventi dello spreco del pubblico denaro e del degrado progressivo nel tempo. Un bilancio, quello che si può trarre, che complessivamente alterna luci e ombre.
Va detto subito che l’eredità più interessante dei Grandi Eventi sono state certamente le infrastrutture per la mobilità e i trasporti, dalle nuove linee metro e tram alle stazioni ferroviarie riqualificate, dalle strade, tangenziali e nodi di scambio alle piste ciclabili, in particolare nelle grandi metropoli.
Per restare al nostro Paese, ma naturalmente il discorso si potrebbe estendere anche al resto del mondo, la metro, oggi spina dorsale del trasporto pubblico locale, realizzata in vista dei 20° Giochi olimpici invernali di Torino 2006, così come le nuove arterie e i sottopassi, diventati snodi decisivi del traffico a Roma e costruiti per il Giubileo del 2000, sono un’eredità quanto mai positiva.
Così come le opere di rigenerazione urbana, dal recupero di aree industriali dismesse ai nuovi quartieri residenziali o direzionali, dalla modernizzazione di spazi pubblici, parchi e waterfront. Ne ha goduto in particolare il capoluogo lombardo dopo l’Expo 2015, nell’area di Milano Innovation District, vocata alla ricerca, all’università e alla sanità di alto livello. Così come il nuovo Campus dell’Università Statale, il potenziamento viario con la BreBeMi e l’ampliamento delle reti di trasporto verso l’area nord-ovest.
Il lascito sicuramente più proficuo in termini infrastrutturali legato ai Grandi Eventi è senza dubbio quello degli impianti sportivi, dagli stadi riconvertiti ai palazzetti multifunzionali, dai centri congressi alle strutture fieristiche, come dimostra il Lingotto di Torino, eredità dei grandi eventi non solo olimpici ma anche industriali.
Più complesso appare, invece, il riutilizzo di alcune strutture temporanee, create per l’occasione, dai grandi media center, che spesso restano scheletri urbani se manca un piano post-evento, ai villaggi olimpici, il cui riuso intelligente dipende dalle scelte, oculate o meno, compiute dalle istituzioni locali.
Queste strutture possono diventare a pieno titolo edilizia residenziale o universitaria, come è accaduto a Roma con il Villaggio Olimpico, costruito ex novo tra Flaminio e Parioli, oggi densamente abitato e attorno al quale sono sorti servizi e scuole. Ma possono anche degradarsi se, invece, troppo periferiche, isolate e mal collegate al resto della città.
Se si vuole provare a trarre un utile insegnamento da questi pochi esempi, si può dedurre che le infrastrutture create con i Grandi Eventi sono utili anche in futuro se si tratta di opere comunque necessarie, se si progettano strutture flessibili, se il post-evento è pianificato prima e non dopo.
Il caso più virtuoso è proprio quello delle Olimpiadi di Roma 1960: da allora è rimasta alla città una delle eredità infrastrutturali più durature, non solo per impianti sportivi, quali lo Stadio Olimpico e il Palazzetto dello Sport, ma soprattutto per la struttura urbana, la mobilità e la creazione di un nuovo quartiere.
Opere già pensate nel Piano Regolatore del 1931 e infine realizzate, dalla via Olimpica al collegamento rapido verso la Flaminia, dal viadotto di Corso Francia ai Ponti Flaminio e Risorgimento. Senza contare la linea B della metropolitana, da Termini a Laurentina, e il miglioramento della stazione Termini.
Anche il Giubileo 2025 è stato l’occasione per creare nuove opere che restano alla città, come la riqualificazione di Piazza Pia, con il nuovo sottopasso, e il potenziamento delle linee metro A e C. Grazie ai Mondiali di Calcio Italia ’90, sono stati costruiti o modernizzati gli stadi di Roma, Milano, Torino e Napoli. Con le Olimpiadi invernali di Torino 2006, non si sono fatte solo le infrastrutture di trasporto, ma perfino il sistema di depurazione delle acque.
In definitiva, laddove c’è stata una reale capacità di integrare le nuove opere nel tessuto urbano e sociale esistente, evitando che si trasformassero in scheletri isolati e insostenibili, le infrastrutture realizzate in occasione dei Grandi Eventi hanno rappresentato un effettivo acceleratore di sviluppo.
Purtroppo, non sempre è stato così. Ora vedremo quel che accadrà con le opere di Milano Cortina e con quelle successive dell’America’s Cup a Napoli.
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