osservatorio congiunturale

Industria costruzioni motore della crescita Accelerare il piano Casa

I dati dell’Osservatorio Congiunturale segnalano un settore decisivo per l'aumento del Pil e dell'occupazione. Non disperdere l'eredità del Pnrr

Scritto da

Antonio Troise

Pubblicato il

29/05/2026

Tempo di lettura

15'

Il modello Pnrr ha funzionato, ha consentito alle imprese delle costruzioni di crescere, innovarsi e investire per diventare più competitive. Un patrimonio da difendere e utilizzare, anche in futuro, per rafforzare il sistema Paese e affrontare le principali emergenze sul tappeto, a cominciare da quella della casa. Un capitolo per il quale il Governo ha reso disponibile una dote consistente: circa 7 miliardi di euro.

Sono alcuni dei messaggi contenuti nell’Osservatorio Congiunturale sull’Industria delle costruzioni, il tradizionale rapporto presentato presso la sede dell’Ance, che fotografa lo stato di salute del settore presentando proposte e analisi concrete anche per il futuro. Un appuntamento che quest’anno si è concentrato, in particolare, su due temi principali: il Pnrr e l’emergenza abitativa.

“Di fronte a uno scenario globale così incerto e vulnerabile dobbiamo fare leva sui nostri punti di forza per sostenere la crescita dell’economia italiana – ha spiegato la Presidente dell’Associazione, Federica Brancaccio – Occorre sfruttare il modello Pnrr, che ha trainato il Paese negli ultimi anni, per affrontare le sfide economiche e sociali, a cominciare dalla casa. È arrivato il momento, infatti, di mettere nero su bianco un Piano casa, con una governance forte e misure finanziarie, urbanistiche e fiscali in grado di offrire risposte alle diverse fasce di popolazione che condividono questo problema. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, per questo auspichiamo che si avvii al più presto un confronto sulle proposte in campo”.

Per Piero Petrucco, Vicepresidente Ance per il Centro Studi, “il Pnrr è sotto tutti i punti di vista una stagione di efficienza che non dobbiamo disperdere, nella quale il nostro Paese non solo è riuscito a spendere di più e più velocemente, ma ha speso meglio, raggiungendo obiettivi e innovando i processi. Un modello virtuoso che ha contagiato tutti: amministrazioni pubbliche, come i Comuni che hanno registrato performance di spesa inimmaginabili fino a poco tempo fa, ma anche le grandi stazioni appaltanti e le imprese che hanno dimostrato grande capacità realizzativa. Grazie al Pnrr, infatti, le imprese strutturate e con più qualità hanno trovato più spazio e si sono rafforzate sotto il profilo dimensionale e della redditività, riducendo l’indebitamento e dimostrando così di aver operato con responsabilità e maturità finanziaria”.

Un trend che trova conferma nei numeri contenuti nel dossier presentato da Flavio Monosilio, direttore del Centro Studi dell’Ance. Nel 2026, nel settore delle costruzioni torna il segno positivo per gli investimenti: dopo la lieve flessione del 2025, pari a -1,1%, quest’anno è previsto un incremento del 5,6%.

Ma negli ultimi anni il settore ha dato un contributo fondamentale alla crescita del Paese non solo in termini di Pil, ma anche di occupazione, “con la creazione di 350 mila nuovi posti di lavoro, il 20% dell’aumento dell’intera economia tra il 2020 e il 2025 e il doppio della componente industriale”, ha spiegato Monosilio.

Decisivo il contributo del Pnrr che, grazie al suo modello basato su “milestone, monitoraggio, flessibilità e semplificazioni, ha innescato un percorso virtuoso in cui Pa, imprese e professionisti sono tornati a lavorare bene e insieme”. Fino ad oggi l’Italia ha ricevuto 153,2 miliardi, pari al 79% del totale complessivo del Piano, e ne sono stati spesi 101,3 miliardi di euro, oltre la metà relativa alle costruzioni. Nell’ultimo anno, si legge sempre nel report, la spesa si è rafforzata raggiungendo 3,4 miliardi al mese.

Dei quasi 16 mila cantieri aperti, due terzi si avviano alla conclusione o sono in fase avanzata; il 70% di quelli non avviati riguarda piccoli lavori i cui tempi di realizzazione sono più brevi. Ora, però, sottolinea l’Ance, “occorre garantire il regolare completamento delle opere in corso di realizzazione. Ammontano, infatti, a 15 miliardi le risorse Pnrr riguardanti il settore delle costruzioni che potranno essere spese oltre giugno 2026 grazie alle regole del Piano e agli strumenti di flessibilità”.

Il modello Pnrr, continua il rapporto, ha saputo adattarsi alle esigenze del Paese determinando una crescita sia quantitativa che qualitativa. Un approccio che deve diventare strutturale per consentire al Paese di consolidare la crescita anche dopo il 2026. Tra fondi europei e nazionali fino al 2033 sono, infatti, disponibili circa 120 miliardi: occorre usare il modello Pnrr per garantire la messa a terra delle risorse.

C’è anche un altro dato sottolineato nel rapporto: il Piano ha avuto un effetto importante anche sulle imprese. Sono 5.600 le aziende attive nei cantieri Pnrr che hanno registrato crescita dimensionale e aumento della produttività. Inoltre, nelle imprese Pnrr, il numero dei dipendenti è aumentato del 67% rispetto al 2017.

Un capitolo ad hoc del rapporto è dedicato, poi, all’emergenza abitativa, un tema sul quale l’Ance ha per prima posto l’attenzione. I numeri del rapporto sono eloquenti: in Italia, per le famiglie con reddito fino a 15 mila euro, acquisto e affitto nelle grandi città sono insostenibili. E la situazione non migliora per le famiglie con reddito fino a 22 mila euro: a Milano il 59% del reddito, a Bologna il 48% e a Venezia il 44% sono necessari per pagare un mutuo. Stessa situazione per l’affitto, dove si supera il 40% del reddito a Firenze, Roma, Milano e Venezia.

La politica si sta muovendo: la Commissione Ue ha lanciato l’European Affordable Housing Plan. In Italia il Governo ha annunciato un piano da 100 mila alloggi a prezzi calmierati in dieci anni. Dei 15 miliardi potenzialmente attivabili tra fondi italiani ed europei per il Piano Casa evidenziati dall’Ance, l’esecutivo ha individuato 7 miliardi, in aumento rispetto ai 2 miliardi precedentemente previsti, anticipando la spesa e rafforzando la governance.

A livello europeo, ha commentato Ezio Micelli, membro dell’Housing Advisory Board Ue e professore allo Iuav di Venezia, si “è deciso di considerare la casa non come una ‘merce’ o un ‘diritto’, ma come un’infrastruttura sulla quale investire per migliorare la vita dell’intera comunità”.

Ha insistito, invece, sul rapporto virtuoso fra le amministrazioni dello Stato e i privati Davide Ciferri, responsabile dell’Unità di missione per il Pnrr del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti: “C’è stata un’autoselezione delle imprese che ha premiato le eccellenze. Le aziende coinvolte hanno aumentato sia il fatturato sia l’occupazione in maniera più accelerata, incrementando anche la produttività”.

Infine, per Renato Loiero, consigliere per le politiche di Bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri, “l’attenzione si sposta ora sulla gestione del periodo post-Pnrr. Le imprese delle costruzioni devono accettare e raccogliere le sfide poste dalla sostenibilità ambientale e dalla qualità dell’abitare”.

Effetto Pnrr sulle imprese: ora sono più forti e competitive

Valorizzare la flessibilità

Non disperdere il “modello Pnrr”. Un sistema che ha funzionato e che ha spinto le imprese a “migliorarsi”, a crescere, a investire su se stesse e a diventare più competitive sui mercati. Sono alcuni dei punti chiave contenuti nel voluminoso rapporto presentato dal Centro Studi dell’Ance relativi alle opere pubbliche e al ruolo che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha giocato su questo fronte.

In particolare, l’analisi Ance-Cnce Edilconnect ha individuato 6.300 imprese attive nei cantieri Pnrr, di cui un terzo di medie dimensioni, a fronte di una quota pari a un quinto nel complesso del mercato delle opere pubbliche, a conferma del maggiore ruolo assunto dagli operatori più strutturati.

Il 73% dei lavori Pnrr è gestito da imprese che operano nella propria regione e che hanno saputo sfruttare le opportunità offerte sul proprio territorio dal Piano europeo. Il restante 27% vede il coinvolgimento di imprese provenienti da altre regioni, principalmente quelle limitrofe.

In particolare, le imprese del Mezzogiorno e del Centro mostrano maggiore mobilità: oltre un quinto dei lavori viene svolto fuori dalla propria macroarea, a differenza del Nord, dove l’attività resta in larga parte concentrata nella stessa area geografica, pari al 95%.

I dati rilevano che le imprese coinvolte nel Pnrr gestiscono in media 2,6 lavori ciascuna, con valori crescenti al crescere della dimensione aziendale. Le imprese più piccole seguono poco più di un intervento, mentre quelle di dimensione intermedia arrivano a oltre 3 lavori e le più strutturate superano i 9 cantieri medi.

L’aumento della dimensione si associa anche a una maggiore capacità di operare su scala interregionale, a conferma di una più elevata organizzazione e competitività. L’analisi delle dinamiche economico-finanziarie delle imprese che hanno partecipato al Pnrr ha consentito di evidenziare come queste aziende, tra il 2017 e il 2024, abbiano sperimentato un processo di crescita importante: le imprese con un valore della produzione superiore ai 2 milioni di euro sono passate dal 38% al 66%.

Da questa evidenza deriva che l’impresa media Pnrr è significativamente più grande rispetto alle imprese che realizzano lavori pubblici, con un valore della produzione medio pari a 11,4 milioni di euro, contro 6,9 milioni di euro delle imprese impegnate nella realizzazione di opere pubbliche in generale.

Oltre alla crescita dimensionale, anche altri indicatori di bilancio confermano il rafforzamento delle imprese Pnrr: in termini di redditività, ad esempio, il ROI è più che raddoppiato tra il 2017 e il 2024, passando dal 4% all’8,2%, mentre il ROS è salito al 7,6%, dal 4,6%.

Un forte miglioramento ha riguardato anche la Redditività del Capitale proprio, il ROE: nel 2017 il tasso di remunerazione del capitale era pari al 9,2%, mentre nel 2024 il valore è praticamente raddoppiato, raggiungendo il 18%.

Anche in termini di indebitamento i risultati emersi sono notevoli: le imprese Pnrr hanno abbassato, nel 2024, il capitale di terzi a 2,4 volte il capitale proprio, un valore medio decisamente inferiore al 3,9 del 2017. La capacità di queste aziende di generare valore emerge anche dalla quota di imprese in utile/perdita: il 96,4% nel 2024 è in utile, contro l’88,3% del 2017.

I risultati raggiunti hanno dimostrato che le imprese hanno operato con senso di responsabilità. Tuttavia, in molti casi sono emerse criticità riconducibili a fattori esterni all’impresa, quali consegne tardive dei lavori, rallentamenti nei procedimenti autorizzativi o varianti in corso d’opera dovute soprattutto a progettazioni inadeguate.

Per queste ragioni, si auspica che le amministrazioni centrali e i soggetti attuatori adottino un approccio pragmatico, valorizzando pienamente gli strumenti di flessibilità indicati dalla Commissione europea, al fine di evitare la perdita delle risorse, favorire la conclusione degli interventi in corso e scongiurare rigidità procedurali e contenziosi che potrebbero compromettere i risultati finora conseguiti.

Opere pubbliche, investimenti ok nel 2026: +12%

Nel 2025 il comparto delle opere pubbliche ha registrato una crescita molto sostenuta, con investimenti che hanno raggiunto i 96,6 miliardi di euro e un incremento del 21% in termini reali rispetto al 2024. Si tratta di un risultato superiore alle attese, determinato principalmente dall’accelerazione degli interventi finanziati dal Pnrr nella fase finale di attuazione del Piano.

Dal punto di vista finanziario, infatti, la spesa del Pnrr ha mostrato un deciso rafforzamento: al 30 novembre 2025 ha raggiunto 101,3 miliardi di euro, rispetto ai 64 miliardi di fine 2024, con una spesa media mensile nei primi undici mesi pari a circa 3,4 miliardi. Oltre la metà delle risorse spese riguarda interventi di natura edilizia, a conferma del ruolo centrale del settore delle costruzioni nell’attuazione del Piano.

Nel 2026, si legge ancora nel rapporto, le previsioni indicano un’ulteriore crescita degli investimenti nel comparto delle opere pubbliche, stimata intorno al +12% rispetto al 2025, principalmente riconducibile alla necessità di accelerare l’attuazione del Pnrr nella fase conclusiva del Piano.

La Commissione europea ha confermato che tutte le milestone e i target del Pnrr dovranno essere conseguiti entro il 31 agosto 2026. La natura performance-based del Piano impone un rilevante sforzo organizzativo a stazioni appaltanti e imprese, ma consente al contempo di utilizzare una quota delle risorse anche oltre il 2026 per gli interventi non direttamente vincolati a target di spesa.

In tale direzione, ricorda il Centro Studi dell’Ance, si colloca l’ultima revisione del Piano, che ha introdotto specifici veicoli finanziari per alcuni investimenti non completabili entro i termini, come quelli per gli alloggi universitari e il settore idrico, rinviando la realizzazione materiale delle opere a una fase successiva alla fine del Piano.

Secondo il Documento programmatico di finanza pubblica 2025, le risorse spendibili oltre l’orizzonte temporale del Pnrr ammontano complessivamente a circa 37 miliardi di euro, una parte delle quali potrà continuare a sostenere gli investimenti in opere pubbliche.

Nel medio periodo, il comparto potrà inoltre beneficiare del progressivo avanzamento dei fondi strutturali europei 2021-2027, che presentano ancora bassi livelli di spesa, e delle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione attuate tramite gli Accordi per la Coesione, fortemente orientati a investimenti infrastrutturali, in particolare nel Mezzogiorno.

A questi strumenti si aggiungono il Fondo sociale per il clima, il maxifondo infrastrutturale previsto dalla legge di bilancio 2025, i finanziamenti per le grandi opere, come il Ponte sullo Stretto di Messina, e le risorse dell’ultima legge di bilancio destinate, seppur in misura contenuta, ad alcune priorità strategiche per il Paese, tra cui la casa accessibile, la manutenzione della rete ferroviaria e stradale e la messa in sicurezza del territorio.

Nel complesso, da una ricognizione che non intende essere esaustiva, emergono risorse disponibili quantificabili in circa 120 miliardi di euro su un orizzonte temporale che arriva fino al 2033. La sfida principale sarà quella di replicare, anche nella fase post-Pnrr, il metodo, l’efficienza e la responsabilità che hanno caratterizzato l’attuazione del Piano, così da attenuare il rischio di una brusca contrazione degli investimenti in opere pubbliche.

Al tempo stesso, permane la necessità di garantire la copertura finanziaria degli interventi già avviati o programmati e di avviare una nuova fase di pianificazione pluriennale delle politiche infrastrutturali, in grado di rispondere in modo strutturale ai fabbisogni del Paese.

Emergenza abitativa: risorse per 7 miliardi

Il Piano casa, uno dei temi particolarmente sottolineati dall’Ance, è entrato nel menu del Governo che complessivamente, con le novità introdotte dalla Legge di bilancio 2026-2028, ha incrementato il Fondo per il contrasto al disagio abitativo di 310 milioni nel triennio 2026-2028, che vanno a sommarsi ai 660 milioni già disponibili.

Nella stessa direzione va la decisione di mettere a sistema anche le risorse riprogrammate nell’ambito della revisione di medio termine dei fondi strutturali europei 2021-2027. Sulla base dell’Accordo Stato-Regioni del 29 dicembre 2025, i programmi regionali destineranno, infatti, all’emergenza abitativa più di un miliardo di euro aggiuntivi, ai quali si sommano ulteriori 460 milioni riprogrammati nell’ambito dei Programmi Nazionali.

Si tratta di risorse importanti che, insieme a quelle che erano già destinate alla casa dai programmi regionali e nazionali e dagli Accordi per la Coesione, potranno offrire risposte concrete all’emergenza. Alla casa, infine, sono state indirizzate parte delle risorse del Fondo Sociale per il Clima, lo strumento dell’Unione Europea istituito con l’obiettivo di attenuare gli impatti sociali della transizione energetica e climatica, che destina 3,2 miliardi di euro alla riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica (ERP).

Complessivamente i fondi disponibili per sostenere l’avvio di un piano pluriennale nazionale ammontano a circa 7 miliardi nel periodo 2026-2032, più del triplo di quanto disponibile solo un anno fa. La manovra, inoltre, interviene sulla governance del Piano Casa Italia, stabilendo che il Piano nazionale non sarà più adottato sulla base di una proposta del solo Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ma tramite un Dpcm fondato su una proposta concertata tra Mit e Ministero dell’Economia, e indirizza le politiche abitative verso categorie prioritarie: giovani, giovani coppie, genitori separati e persone anziane.

L’emergenza abitativa resta, del resto, una delle priorità sociali da affrontare, non solo in Italia ma in Europa. Nel nostro Paese, si legge nel rapporto dell’Ance, il progressivo disimpegno dello Stato nell’ambito dell’edilizia popolare e di quella sociale, accanto alla dismissione del patrimonio abitativo degli enti previdenziali e assicurativi, hanno creato una tensione abitativa che diventa sempre più forte, soprattutto nei grandi centri urbani.

Inoltre, tale disagio non riguarda solo le famiglie più povere, ma anche i nuclei il cui reddito, pur eccedendo i limiti per l’accesso agli alloggi popolari, risulta insufficiente per soddisfare le richieste economiche del mercato libero, la cosiddetta fascia grigia.

I risultati dell’indice di accessibilità per l’acquisto di un’abitazione sviluppato dall’Ance restituiscono un quadro preoccupante, soprattutto nelle grandi città. Lo sforzo economico è infatti insostenibile non solo per le famiglie più povere, per le quali si riscontrano valori dell’indice che superano l’80% nel caso di Milano e sfiorano il 70% a Bologna, ma anche per le famiglie ricadenti nella fascia grigia, soprattutto nei capoluoghi metropolitani e poli attrattivi nel nord del Paese.

Spicca il dato di Bolzano, dove l’esborso economico per pagare la rata del mutuo raggiunge il 67,2% del reddito; il dato scende, solo di poco, a Milano, con il 58,9%, e Bologna, con il 48,1%. Anche Firenze, con il 43,9%, Roma, con il 42,3%, e Napoli, con il 40%, evidenziano tensioni marcate.

Passando al mercato dell’affitto, potenziale alternativa per i soggetti che non possono permettersi l’acquisto di un’abitazione, emergono criticità significative. Anche senza considerare le famiglie più povere, dove l’indice di accessibilità alla locazione mostra come a Firenze occorra l’80% del reddito per pagare il canone di locazione, la situazione appare critica anche per le famiglie ricadenti nel secondo quintile, soprattutto nelle grandi città, con valori prossimi al 50% a Firenze, Roma e Milano, e nei comuni a forte vocazione turistica sui quali incide anche il fenomeno degli affitti brevi, che aggrava una già forte tensione abitativa.

L’accessibilità alla casa rappresenta una criticità molto rilevante, che si estende anche a molti altri Paesi europei. Per affrontare questa emergenza, il 16 dicembre 2025 la Commissione Europea ha pubblicato lo European Affordable Housing Plan, un piano che definisce le linee guida economico-finanziarie per garantire una casa accessibile e conforme agli standard di sostenibilità ambientale.

Il piano si basa su quattro pilastri di intervento: aumento dell’offerta abitativa, mobilitazione degli investimenti pubblici e privati, semplificazione delle norme e protezione dei gruppi più vulnerabili. Ma i pacchetti normativi e gli strumenti finanziari per attuarlo necessitano ancora di una chiara definizione in capo alla stessa Commissione.

L’azione sempre più centrale dell’Unione Europea, però, deve essere necessariamente affiancata da un piano nazionale di housing sociale che ampli l’offerta abitativa e che sia in grado di sostenere investimenti in abitazioni di qualità, sostenibili ed economicamente accessibili.

La misura, affinché possa produrre i risultati sperati, deve assicurare risorse stabili nel tempo e favorire il coinvolgimento degli investitori, prevedendo incentivi di natura finanziaria e agevolazioni normative che possano ridurre i costi sostenuti dalle imprese nella realizzazione delle abitazioni.

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