l’inchiesta: in pista il sistema Italia

Da Barcellona a Tokyo Così le città si sono rifatte il look

I grandi eventi sportivi sono stati anche occasione per la rigenerazione di ampie aree dismesse con effetti sul futuro assetto dei centri urbani

Scritto da

Massimo Locci

Pubblicato il

29/05/2026

Tempo di lettura

4'

L’organizzazione di grandi manifestazioni sportive, come le Olimpiadi, i Campionati mondiali o gli Expo, fornisce significative opportunità di riqualificazione che i territori devono saper cogliere attraverso una razionale programmazione, evitando progetti faraonici, opere inutilizzabili successivamente e non a misura di contesto, in particolare per gli eventi invernali organizzati in aree paesaggisticamente rilevanti come quelle montane.

Le città ospitanti, a fronte di un grande impegno finanziario e di marketing territoriale, devono poter innescare profonde trasformazioni sia sulla struttura urbanistica, sia su quella economica. In questo breve excursus storico si cercherà di evidenziare i diversi approcci organizzativi delle amministrazioni per misurare quanto le occasioni siano state più o meno efficaci.

Talvolta, infatti, gli interventi non organicamente progettati in relazione alle esigenze future sono di difficile riconversione, come dimostrano l’Expo di Siviglia e quello di Hannover. Anche alcuni eventi italiani, dai Mondiali di Calcio 1990 ai Mondiali di Nuoto 2009, con le mai completate Vele di Calatrava, rappresentano un’esperienza sostanzialmente negativa.

Le prime Olimpiadi dell’era moderna, al pari delle Esposizioni Universali, venivano organizzate in un’area periferica e di espansione futura della città. Occasioni straordinarie per sviluppare progetti di valorizzazione urbana sono state l’Esposizione di Londra del 1851, dove è stato realizzato il Crystal Palace, e quella di Parigi del 1889, che ha trasformato le aree malsane lungo la Senna costruendo i suoi emblemi della modernità architettonica: la Tour Eiffel, il Petit e il Grand Palais.

Dal secondo dopoguerra, a cominciare dalle Olimpiadi del 1960 a Roma, per le gare sono state riconvertite molte strutture esistenti, anche archeologiche, con ambientazioni suggestive. Ma è soprattutto per le recenti Olimpiadi, da Barcellona 1992 a Londra 2012, da Tokyo 2020 a Parigi 2024, che sono state rigenerate ampie aree dismesse, portuali e industriali, e immaginate strutture sportive smontabili e delocalizzabili. A Rio 2016, inoltre, sono state realizzate rilevanti opere infrastrutturali.

Nelle Expo prevale la volontà di evidenziare l’innovazione tecnologica, come è palese nelle manifestazioni di Bruxelles 1958, Seattle 1962, Montreal 1967 e Osaka 1970. Pur con le dovute differenze, alcune soluzioni architettoniche, come l’uso di tensostrutture tessili e di cupole geodetiche, sono state utilizzate per le Olimpiadi, come nel caso di Monaco 1972. Esse rappresentano il clima sperimentale di quegli anni per la prefigurazione della città del futuro, ma anche per il rapporto con l’ambiente e la transizione ecologica.

Tra i casi più rilevanti di innovazione complessiva si segnalano i grandi eventi sportivi nelle città cinesi, che hanno ben utilizzato le opportunità finanziarie dotandosi di infrastrutture territoriali e di architetture avveniristiche, soprattutto attente al contenimento energetico. Sono emblematiche quelle per i Giochi Olimpici di Pechino 2008, con lo Stadio “Bird’s Nest” di Herzog e de Meuron, lo Stadio del nuoto “Watercube” dello studio PTW e il Laoshan Velodrome.

Queste strutture, ampiamente utilizzate poi dalla cittadinanza, sono state facilmente riconvertite per le Olimpiadi invernali del 2022. Per l’occasione, inoltre, è stato realizzato l’iconico stadio del ghiaccio firmato dallo studio statunitense Populous, che ha progettato anche il nuovo stadio di Milano.

In questa ultima Olimpiade invernale cinese si è superato definitivamente l’immaginario canonico delle gare esclusivamente in località di montagna, da Saint-Moritz 1948 a Cortina 1956, da Innsbruck 1964 a Grenoble 1968, preferendo un sistema diffuso tra grandi città e varie località con tradizione sciistica, iniziata con la manifestazione di Torino 2006 e che caratterizza anche l’Olimpiade di Milano Cortina.

Olimpiadi 2006 a Torino

L’assegnazione ha consentito un’accelerazione del processo di trasformazione della città iniziato negli anni ’90 con il nuovo Prg dello Studio Gregotti, con l’interramento della linea ferroviaria e con la riconversione di molte aree dismesse.

In particolare, il villaggio olimpico ha offerto l’occasione di rigenerare le strutture dismesse degli ex mercati generali e di connettersi, attraverso il ponte sospeso, l’Arco rosso di 150 metri, alle aree del già recuperato complesso monumentale della Fiat Lingotto. L’intervento residenziale, interessante per l’impiego di tecnologie bioclimatiche, purtroppo è rimasto per lungo tempo inutilizzato e solo adesso inizierà il suo restauro.

In prossimità del Lingotto è stato realizzato dall’architetto giapponese Isozaki il Pala-hockey, pensato in prospettiva post olimpica come luogo versatile per diversi tipi di avvenimenti sportivi. L’opera si caratterizza per le grandi e leggere strutture portanti e per la rilucente facciata metallica.

Il Palavela, un paraboloide di cemento costruito per le manifestazioni di Italia ’61 all’interno del Parco del Valentino, è stato riconvertito da Gae Aulenti eliminando le vetrate e inserendo un volume rosso destinato ad ospitare una pista del ghiaccio.

L’Oval, realizzato dallo studio Zoppini per le gare di pattinaggio, con la sua facciata inclinata, offre l’immagine più dinamica dell’architettura olimpica torinese. Lo studio Giugiaro ha progettato i due padiglioni, Atrium, che, all’interno della particolare sagoma a “gianduiotto”, hanno offerto al visitatore una visione degli eventi e del processo di trasformazione che Torino sta attraversando. Purtroppo, dopo anni di scarso utilizzo, quest’anno sono stati demoliti.

Anche il trampolino olimpico versa in stato di completo abbandono e rappresenta l’emblema di opere inutili nella fase post-olimpica. Ben conservata è, viceversa, l’elegante pista di bob di Cesana Torinese, che potrebbe continuare a ospitare gare di livello internazionale.

Ospitare un grande evento sportivo, dunque, presuppone un impegno significativo di risorse finanziarie, anche di privati, che necessita di una programmazione attenta e di interventi misurati che possono innescare positivi volani economici per il territorio. In sintesi, costituire un’occasione per avviare processi straordinari di trasformazione urbana.

Massimo Locci
Direttore Comitato Scientifico IN/Arch

Articoli correlati

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Il costo delle calamità: 358 miliardi in 80 anni

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Dissesto idrogeologico: un piano strutturale di manutenzione per il territorio

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Intervista a Nello Musumeci – “L’Italia Paese fragile: prioritario completare i cantieri già partiti”

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Quella ricostruzione guidata dai Comuni e dalla buona Politica

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Dal modello Friuli al cantiere del futuro

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Italia più sicura: fare prevenzione è anche una grande leva economica

    Leggi articolo

Tag collegati:

Condividi

Resta al passo
grazie ai contenuti di ANCEmag

Iscriviti Ora

Dai visibilità alla tua azienda
Richiedi informazioni

Altri articoli

  • Le Olimpiadi fanno volare l’economia

    l’inchiesta: in pista il sistema Italia

  • Che cosa resta dopo i Grandi Eventi

    l’inchiesta: in pista il sistema Italia

  • Piano casa, caro materiali bonus e infrastrutture: la Manovra per l’edilizia

    l’inchiesta: in pista il sistema Italia