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La partita dei Fondi Europei si gioca sulle semplificazioni
Utilizzare presto e bene le risorse della Coesione applicando anche ad esse il modello del Pnrr

Scritto da
Emanuele Imperiali
Pubblicato il
24/07/2026
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4'

Le costruzioni tirano da sempre l’economia del Mezzogiorno, costituendo la leva che mette in moto gran parte delle altre attività produttive e industriali, come tiene a sottolineare con enfasi la past president napoletana dell’Ance Federica Brancaccio. Secondo la quale la sfida del post-Pnrr è trasformare questo modello vincente da pratica straordinaria in prassi consolidata, garantendo continuità alla governance degli investimenti e integrando la logica della performance con una pianificazione strategica di lungo periodo. “Solo così i guadagni procedurali conseguiti – spiega ad Ancemag il direttore Svimez Luca Bianchi – si tradurranno in un cambiamento strutturale duraturo della capacità pubblica di investimento nel Mezzogiorno”.
Per l’edilizia la lezione deve servire proprio per imparare a utilizzare presto e bene i fondi europei della politica di Coesione, applicando anche ad essi il modello Pnrr, soprattutto per quel che riguarda le semplificazioni. Ci sono ancora da utilizzare 72 miliardi, l’80% dei quali destinati alle aree meridionali, della programmazione 2021/2027. Per Federica Brancaccio, presidente uscente dell’Ance, che ne ha parlato a lungo nel corso della celebrazione degli 80 anni dell’associazione, all’indomani del Pnrr e dopo il Superbonus, il guanto di sfida va lanciato in particolare ai presidenti di Regione e ai sindaci, “i quali – sottolinea – dovrebbero essere bravi a fare le leggi di governo del territorio e i Piani Regolatori, rendendo così le aree da loro amministrate molto più attrattive di oggi per gli investimenti, non solo italiani ma anche internazionali”.
C’è un aspetto particolare sul quale l’imprenditrice napoletana del comparto delle costruzioni si sofferma e riguarda il ruolo dell’edilizia nel Mezzogiorno, “che attualmente è un mercato certamente non saturo, dove le convenienze sono indubbiamente maggiori rispetto al Centro-Nord”. “Qui è necessario innanzitutto completare le infrastrutture – ribadisce il numero uno dell’associazione di via Guattani – E poi bisogna investire massicciamente sulle aree metropolitane, sulle città medie e sulle zone interne che si stanno spopolando”.
L’impossibilità di approvare fino ad oggi una legge di rigenerazione urbana, tuona Federica Brancaccio, è lì a dimostrare che l’urbanistica è il tema più politico che esiste e perciò è così arduo fare passi avanti. Un caso tipico è quello di Napoli: “Ecco perché è così difficile – spiega ad Ancemag il presidente dei costruttori partenopei Antonio Savarese – valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico, per poi allargarsi, attraverso il partenariato pubblico privato, a tutti quelli che necessitano di riqualificazione”.
Proviamo, allora, a ragionare con i numeri alla mano. Nel vademecum intitolato significativamente “Ottanta anni di sfide”, la Brancaccio mette in evidenza che, a cinque anni dall’avvio della programmazione comunitaria 2021/2027, si è fermi ancora alle battute iniziali: su ben 72 miliardi distinti tra programmi regionali e nazionali finanziati con i fondi europei, è stato finora impegnato meno della metà delle risorse e speso ancor meno, un modestissimo 15%. Per fortuna che, grazie alla riprogrammazione di medio termine, l’Italia è riuscita a spostare 2,1 miliardi su tre obiettivi divenuti nel corso degli anni sempre più centrali di fronte all’emergenza in corso: abitazioni, sulle quali è stato spostato 1,1 miliardi, acqua, 600 milioni in più, energia 400 ulteriori milioni.
Una partita da giocare e vincere, in particolare in vista del nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028/2034 dell’Unione Europea, che segna una ridefinizione profonda delle priorità di Bruxelles. Anche perché, come ha illustrato con dovizia di particolari la Svimez nel corso di una recente audizione parlamentare, il nuovo bilancio attribuisce maggiore importanza a strumenti centralizzati e competitivi, mentre le risorse dedicate a Fondi con dotazione preassegnate agli Stati membri scendono dall’attuale 66% ad appena il 39,5%.
Per di più, se è certamente condivisibile il passaggio per la Coesione da un modello basato sulla spesa a uno orientato ai risultati, nel quale i pagamenti agli Stati membri sono subordinati al raggiungimento di target concordati all’inizio della programmazione, come appunto nel Pnrr, ciò postula, come ha più volte ribadito il vicepresidente della Commissione Raffaele Fitto che ha la delega su questa partita, obiettivi territoriali chiari, target regionalizzati, risultati misurabili.
È un cambiamento a 360 gradi di cultura e di mentalità, in un contesto nel quale sta per venir meno la strategicità della politica di Coesione. Di qui la scelta di un taglio alle risorse destinate a questa finalità, in particolare per quel che riguarda le regioni meno sviluppate italiane, a partire da quelle meridionali verso le quali in media è indirizzato l’80% della politica di Coesione. L’ipotesi sulla quale si sta lavorando è di un ammontare di circa 27 miliardi, inferiore ai 30 della programmazione 2021-2027. La Meloni e gli altri leader dei Paesi dell’Europa del Sud e dell’Est stanno lavorando per evitare questa riduzione, ma non sarà facile portare a casa un risultato positivo.
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