l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Dissesto idrogeologico: un piano strutturale di manutenzione per il territorio
Accorpare le competenze, cabina di regia unica e utilizzare al meglio le risorse disponibili: un salto di qualità per investire di più nella sicurezza

Scritto da
Emanuele Imperiali
Pubblicato il
31/05/2026
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4'

L’Italia è un Paese fragile e ha bisogno di un grande piano di manutenzione del territorio contro il dissesto idrogeologico, spiega Federica Brancaccio, presidente di Ance, riprendendo i dati di uno studio fatto dall’Associazione Costruttori con il Cresme, in base al quale «il costo dei danni da dissesto è triplicato».
«La prevenzione costa meno degli interventi post-emergenza – incalza Brancaccio – ma servono competenze accorpate, una cabina di regia unica e la capacità di spendere le risorse disponibili». E indica il Pnrr come modello da replicare per efficacia, tempi certi e rafforzamento della capacità di spesa della Pubblica Amministrazione.
Secondo il Rapporto Ance-Cresme, i costi economici sono esplosi e la spesa per danni da alluvioni e dissesto idrogeologico è triplicata dal 2010, arrivando a circa 3,3 miliardi l’anno.
A fronte di questa incalzante emergenza, gli investimenti per ridurre il rischio idrogeologico in Italia tra il 1999 e il 2025 sono stati in media lo 0,05% del prodotto interno lordo. Dal 2019 in poi sono lievemente cresciuti, arrivando allo 0,11% del Pil. Con queste risorse sono stati finanziati quasi 28mila interventi.
Nonostante l’urgenza di intervenire, mette in evidenza uno studio dell’Università Cattolica di Milano, solo il 46% degli importi riguarda opere concluse o in esecuzione, con forti differenze territoriali: al Sud, dove il costo medio per progetto è maggiore, la quota di investimenti in opere avviate o concluse è inferiore alla media.
L’individuazione delle priorità passa dalla competenza del Ministero dell’Ambiente alle Regioni, che assumono così un ruolo più centrale nella pianificazione degli interventi. Quelle che, dal 1999, hanno ricevuto più finanziamenti in termini assoluti sono la Lombardia, con 2,2 miliardi, la Campania, con 2,1 miliardi, e la Calabria, con 1,8 miliardi.
Trattandosi spesso di opere che richiedono anni per essere realizzate, il tasso di completamento dei lavori è più alto per gli interventi avviati più indietro nel tempo. Comunque, la regione con la più alta percentuale di lavori completati o avviati è la Liguria, con il 68%, mentre all’ultimo posto c’è la Campania, con solo il 30%.
In generale, nelle prime dieci posizioni della classifica c’è solo una regione meridionale, la Sicilia, con il 50% degli investimenti per opere concluse o in esecuzione.
Nel 2014 intervenne una significativa novità: fu creata una Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche chiamata “ItaliaSicura”, per il coordinamento e il monitoraggio degli interventi. Ed è grazie ad essa che la percentuale di interventi avviati o conclusi salì al 90% tra il 2015 e il 2020.
Non lo stesso può dirsi quando, nel 2019, fu approvato il Piano ProteggItalia: gli interventi programmati sono stati 5.103, corrispondenti a finanziamenti per 1,9 miliardi, ma di questi solo il 66% è stato avviato o chiuso.
Il Pnrr ha stanziato risorse aggiuntive per 800 milioni assegnate al Dipartimento della Protezione Civile, ma la percentuale di interventi avviati o conclusi è ancora bassa, un modesto 4,6%, cui corrisponde il 4,1% delle risorse.
Ance e Cresme sono molto critici anche sulla riduzione di fondi nel Pnrr, in quanto le risorse per dissesto e alluvioni sono scese da 2,5 miliardi a 1,53 miliardi, indebolendo ulteriormente la prevenzione.
Secondo il Rapporto Ance-Cresme, il 5,4% del territorio nazionale è ad alta pericolosità per alluvioni e sono esposte a rischio elevato 2,4 milioni di persone, 632mila edifici e 226mila imprese.
L’Associazione Nazionale Costruttori denuncia lo squilibrio storico tra prevenzione e ricostruzione: tra il 1991 e il 2011 si spendevano meno di 500 milioni l’anno per prevenzione, contro diversi miliardi per i danni. E questa evidente e inaccettabile discrasia persiste ancora oggi.
La distribuzione del rischio idrogeologico tra Nord e Sud non è affatto uniforme. Nelle regioni settentrionali, alcune province, come Venezia, Padova, Bologna, Ferrara, Genova e Rimini, hanno numerosi residenti esposti a rischio elevato di alluvioni e dissesto.
I maggiori rischi derivano da alluvioni e piene fluviali, e spesso gli eventi sono associati ai grandi bacini fluviali, a cominciare dal Po e dai suoi affluenti, oppure ai dissesti legati a eventi di pioggia intensa.
Nei territori meridionali esistono aree notevolmente esposte, come le province di Cosenza e Reggio Calabria, tra le più vulnerabili alle alluvioni, ma i rischi maggiori sono legati a frane e dissesti, più diffusi nelle zone interne.
Nel Mezzogiorno, nella maggior parte dei casi, sono maggiori i costi sociali di questi eventi, mentre è minore la capacità di gestione.
In un Paese strutturalmente fragile, il dissesto idrogeologico rappresenta uno dei principali rischi economici e sociali nazionali. Ecco perché l’Ance ha elaborato una proposta articolata per fronteggiarlo.
La proposta si basa su alcuni capisaldi: un piano strutturale di manutenzione del territorio, una governance unica nazionale, una decisa accelerazione degli interventi e un salto di qualità culturale, dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione.
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