l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Quella ricostruzione guidata dai Comuni e dalla buona Politica
Uno dei fattori del successo del modello Friuli fu la scelta di delegare il potere dallo Stato centrale alle autonomie locali

Scritto da
Luisa Grion
Pubblicato il
31/05/2026
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4'

La sera del 6 maggio 1976 il Friuli andò giù. Il terremoto provocò un migliaio di morti, distrusse 18 mila case, ne danneggiò 74 mila e costrinse 100 mila persone ad abbandonare i loro paesi. Il sisma devastò 5.500 chilometri quadrati di territorio, colpì 137 comuni e ne rase al suolo una quarantina.
Il poco che era rimasto in piedi crollò alla fine di quell’estate, dopo una nuova serie di devastanti scosse fra l’11 e il 15 settembre. Dieci anni dopo, 17 mila case erano state ricostruite e oltre 70 mila riparate.
La rinascita diventò un modello cui appellarsi davanti ad ogni catastrofe naturale, una risposta a quelle che erano state le disastrose precedenti esperienze, il Belice in primis, dove proprio nel 1976, otto anni dopo il sisma che colpì la valle, 47 mila persone vivevano ancora nelle baracche.
Ma l’esperienza virtuosa del Friuli non fu mai più riprodotta, se non in piccola parte. E oggi quel sistema, quel modo di operare, è ritenuto quasi il frutto di una congiunzione astrale.
In realtà non ci furono miracoli dietro quel modello, ma una precisa strategia politica: la scelta di delegare il potere dallo Stato centrale alle autonomie locali.
Ci fu un premier, Aldo Moro, che decise di affidare a una regione di indubbia fede morotea, ma quasi sconosciuta agli italiani, tanto che la sera del sisma il primo telegiornale che ne diede notizia parlò di una scossa «120 chilometri a nord-est di Venezia», l’intera gestione delle risorse.
Ci fu un commissario straordinario, Giuseppe Zamberletti, che smontò e rimontò la rete di comando affidando direttamente ai sindaci i poteri dei funzionari regionali e che convinse chiunque avesse avuto qualche dubbio, a partire dal vicepresidente Usa Nelson Rockefeller, in visita sui luoghi del disastro così vicini alla base Nato e alla Jugoslavia di Tito, che l’unico modo di ricostruire era far sì che le persone vedessero dalle finestre di casa lo stesso scorcio di prima.
Ci fu un presidente di Regione, Antonio Comelli, che in tempi stretti varò un pacchetto di leggi, 300 decreti attuativi e 14 documenti tecnici per regolare ogni aspetto della ricostruzione, fornire gli strumenti ai sindaci e gettare le basi per l’uso delle risorse da parte dei privati.
E che capì che la ricostruzione non poteva fermarsi alle case, ma doveva aggrapparsi alla cultura, tanto che fra gli atti di rinascita del Friuli ci fu l’istituzione dell’Università di Udine.
Ci furono i comitati dei cittadini e assemblee popolari che sostennero i sindaci seguendo passo passo la ricostruzione, praticando fra tende e baracche una politica che viene dal basso.
Ci fu una Chiesa che si schierò da subito a fianco dei sinistrati, tanto che il vescovo di Udine Alfredo Battisti, durante la visita ufficiale in Friuli di Giulio Andreotti, subentrato a Moro al governo, si rifiutò di andare ad accogliere il premier perché era stato vietato ai comitati dei terremotati di incontrarlo.
Ci furono anche molti fondi che arrivarono sul Friuli grazie alla capacità di un architetto visionario, Luciano Di Sopra, di imporre una stima dei danni che tenesse conto di una ricostruzione antisismica.
Fatto che oggi appare scontato, ma fu proprio in Friuli che per la prima volta si introdussero le reti elettrosaldate nel cemento armato. E ci fu l’eccezionale resilienza e capacità lavorativa di un popolo che seppe reagire da subito alla catastrofe e pretese, con i comitati, di essere parte attiva delle decisioni.
Non tutto però fu scontato: il modello Friuli nacque fra scontri e manifestazioni di piazza. Storico l’aneddoto della signora anziana che, per protesta, scagliò il suo zoccolo contro Andreotti sempre nella famosa visita ufficiale.
Dopo la scossa di settembre ci fu la necessità, non prevista in un primo tempo, di spostare prima dell’inverno 40 mila persone sulla costa fra Venezia e Grado, fra alberghi e seconde case temporaneamente espropriate.
Non mancarono tensioni fra la Democrazia Cristiana al governo della Regione e il Partito Comunista all’opposizione, ma fu proprio la politica a dare respiro al modello grazie ad un compromesso storico che sulla ricostruzione diede i suoi risultati migliori.
Di tanta esperienza positiva cos’è rimasto oggi?
«Il Modello Friuli – secondo Sandro Fabbro, urbanista e professore di Urbanistica e Pianificazione dell’Università di Udine – non è replicabile. Allora eravamo negli anni Settanta, periodo in cui si reclamavano diritti ed attenzioni, in ambito internazionale la regione era al confine dell’alleanza atlantica, in ambito nazionale era la stagione dei conflitti sociali e del compromesso storico.
Il rapporto fra Stato e cittadini era saldo e non c’era la disintermediazione dei corpi sociali e la tentazione dell’uomo solo al comando che oggi conosciamo. Il modello oggi è inattuale non perché impossibile, ma perché non esistono più le condizioni che lo hanno permesso.
Detto questo, è e deve restare un sistema verso il quale tendere, resta il modo attraverso il quale i problemi dovrebbero essere affrontati».
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