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Dal modello Friuli al cantiere del futuro

Come la ricostruzione del 1976 ha anticipato l’edilizia contemporanea Il sistema antesignano di concetti oggi centrali: filiera corta, coinvolgimento delle imprese locali, tempi certi, controllo dei costi

Scritto da

Adriano Baffelli

Pubblicato il

31/05/2026

Tempo di lettura

4'

La ricostruzione del Friuli dopo il terremoto del 1976 è considerata un laboratorio avanzato di politiche urbane e di gestione dei cantieri, anticipando molti capisaldi dell’edilizia contemporanea: centralità dei territori, filiera corta, tempi certi e controllo dei costi.

In un decennio furono ricostruiti interi paesi, recuperato il patrimonio edilizio storico e rilanciato il sistema produttivo, dando forma al cosiddetto “modello Friuli”, indicato come esempio in Italia e all’estero.

Giovane volontario, partecipai al dramma friulano operando in uno dei cantieri di Villa Santina, aggregato agli Alpini, protagonisti sin dalle prime ore di un generoso supporto alla martoriata comunità friulana.

Oltre all’immensa distruzione, alle scene commoventi e alla grande solidarietà che abbracciò il magnifico Friuli, ho nitido il ricordo di una pubblicazione, ricevuta dall’autore con dedica, sulle prime fasi del post sisma. S’intitola: “Dal fronte del Friuli. Cronistoria di un alpino nei giorni del terremoto e della ricostruzione”, scritto da Gianni Passalenti per Chiandetti editore, con l’egida dell’Associazione Nazionale Alpini, prima edizione 1977.

Ne parlo perché in quel libro, tra il resto, è scritto, in una pagina intitolata “…Demolire con oculatezza e ricordarsi dei centri storici”: «L’opera di demolizione è ormai cominciata… bisogna fare presto affinché il tempo e la stanchezza, soprattutto morale, non abbiano il sopravvento. Ma attenzione! Non lasciamoci prendere la mano. Qualcosa si può ancora salvare. Tanto si può rimediare. Non dobbiamo cancellare il volto e l’alito dei nostri paesi…».

Parole che racchiudono uno dei concetti fondamentali che hanno ispirato il “Modello Friuli”.

Un terremoto che cambiò il modo di costruire

È concorde, infatti, la considerazione che il sisma del 6 maggio 1976 colpì un tessuto urbano e produttivo in parte relativamente moderno, rivelando al contempo i molti limiti di un’edilizia allora poco attenta al rischio sismico e alla qualità costruttiva diffusa.

La risposta non fu solo emergenziale: sin dai primi mesi si cominciò a progettare una ricostruzione che tenesse insieme sicurezza, identità dei luoghi e rilancio economico, secondo lo slogan “com’era, dov’era”, declinato con criteri tecnici aggiornati.

La Regione Friuli-Venezia Giulia, supportata dal Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, impostò un modello di governance che riduceva la distanza tra decisione politica, progettazione e cantiere, accorciando di fatto la filiera dei processi decisionali.

Questo quadro istituzionale costituì il presupposto perché soluzioni oggi considerate “buone pratiche”, si pensi alla programmazione per fasi e alla semplificazione burocratica, potessero tradursi in risultati concreti in tempi relativamente brevi.

Filiera corta e imprese locali

Un altro aspetto rilevante concerne l’applicazione della filiera corta e il ruolo rivestito dalle imprese locali. Uno degli elementi distintivi del modello Friuli riguardò, infatti, la scelta di puntare sulle imprese del territorio, sia per la ricostruzione abitativa sia per il ripristino delle fabbriche e delle infrastrutture.

La priorità data alla riapertura degli stabilimenti produttivi, sintetizzata nel principio “prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese”, mirava a trattenere competenze e manodopera in loco, trasformando la ricostruzione in leva di sviluppo e non in semplice risposta assistenziale.

L’affidamento dei lavori a imprese locali ridusse i passaggi intermedi, contenendo i costi di logistica e coordinamento, responsabilizzando attori che avevano un interesse diretto alla qualità e alla durata delle opere.

In questo intreccio tra comunità, amministrazioni e tessuto imprenditoriale si può leggere un’anticipazione di ciò che oggi definiamo filiera corta in edilizia: catene del valore territorializzate, con benefici in termini di controllo, sostenibilità economica e impatto sociale.

Un modello ancora attuale

A cinquant’anni di distanza, il modello Friuli è un riferimento per rigenerazione urbana, ricostruzione post-disastro e cantierizzazione sostenibile, risultando un’efficace anticipazione dell’edilizia contemporanea.

La centralità dei sindaci, la filiera corta, l’impiego delle competenze locali, la trasparenza sui tempi e il controllo dei costi disegnarono una nuova modalità progettuale e operativa, che possiamo traslare ai giorni nostri, considerandola utile e praticabile per dare risposte egualmente efficaci a una serie di temi che investono il contingente scenario.

Se aggiungiamo il notevole miglioramento dei materiali disponibili, grazie anche all’incessante ricerca di università, centri di ricerca pubblici e aziende private, la progettazione digitale e l’affinamento delle tecniche costruttive, comprendiamo quanto sia diverso il mondo delle costruzioni oggi rispetto a mezzo secolo fa.

Comprendiamo anche quanto sia aumentata, anche per gli opportuni interventi del legislatore, la sicurezza intrinseca delle strutture residenziali, collettive e industriali.

Ciò si deve in gran parte ai Fradis Furlans.

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