l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Il costo delle calamità: 358 miliardi in 80 anni
Conto salato per terremoti, alluvioni e frane Paghiamo una “tassa occulta” di circa 8 miliardi l’anno

Scritto da
Umberto Mancini
Pubblicato il
31/05/2026
Tempo di lettura
6'

In Italia terremoti, alluvioni e frane non sono solo emergenze nazionali con un carico doloroso di perdite umane e materiali, ferite perenni che stentano a rimarginarsi. Sono anche una voce strutturale di spesa pubblica che negli ultimi anni è esplosa e che, secondo l’Ance, andrebbe trasformata in un grande piano di prevenzione, stabile e pluriennale. Urgente e di lungo respiro.
Sono tante, purtroppo, le date che colorano la memoria e ricordano, a cadenza regolare, gli eventi più tragici che hanno colpito il nostro Paese. Una per tutte, quella del sisma in Friuli, che 50 anni fa investì come uno tsunami un territorio fragile che seppe però rialzarsi con forza e determinazione grazie all’impegno delle popolazioni locali.
Il dato che emerge di fronte al dissesto, alla carenza di interventi e di una programmazione attenta, è il conto salatissimo delle calamità: 358 miliardi in 80 anni.
Un dato che l’ultimo rapporto Ance-Cresme sul rischio del territorio fotografa, mettendo insieme, probabilmente per difetto, i danni dal 1944 ad oggi causati da terremoti e dissesto idrogeologico. Una “tassa occulta” che ha pesato in media per oltre 4 miliardi l’anno fino al 2009, salita a circa 7-8 miliardi nel periodo più recente, tra il 2010 e il 2025.
Dentro questa macro-cifra ci sono i grandi terremoti del Friuli, dell’Irpinia, de L’Aquila, dell’Emilia e del Centro Italia, ma anche le alluvioni ricorrenti in Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Liguria e nel resto del Paese.
Un flusso continuo di stanziamenti straordinari, deroghe e commissariamenti che, alla lunga, finisce per drenare risorse a investimenti ordinari e programmazione urbana.
Basti pensare ai fondi per far fronte alla frana di Niscemi, dimenticata per decenni e ora di nuovo prepotentemente tornata sotto i riflettori, o a quelli ben più ingenti per riparare i danni del ciclone Harry, che ha spazzato le coste di Calabria e Sicilia con inaudita violenza.
Incuria, impreparazione e sottovalutazione dei rischi sono sotto gli occhi di tutti. Testimoni muti di un declino che si può e si deve fermare.
Se si guarda al solo capitolo sismico, lo Stato ha impegnato circa 248 miliardi per la ricostruzione dei danni provocati dai terremoti dal 1944 al 2023. Si tratta per lo più di risorse destinate a case, scuole, ospedali e infrastrutture, spesso erogate nell’arco di decenni dopo l’evento disastroso.
Una logica emergenziale non solo molto costosa, ma che lascia interi territori in un limbo di cantieri infiniti, rallentando la ripartenza economica e sociale delle comunità colpite.
La parola chiave per invertire la tendenza è sempre la stessa: prevenzione. Un concetto “dimenticato” che si estende al dissesto idrogeologico, la cui drammatica fotografia dei costi è altrettanto impietosa: dal 2010 a oggi la spesa per i danni da frane e alluvioni in Italia è triplicata, arrivando a quasi 4 miliardi di euro l’anno.
Un trend che Ance e Cresme collegano sia all’intensificarsi degli eventi estremi legati al cambiamento climatico, sia alla fragilità strutturale di un territorio in cui oltre il 90% dei Comuni è esposto a rischio idrogeologico, un record tutto italiano che nessuno ci invidia.
L’assenza di una manutenzione costante di fiumi, argini, strade e opere di difesa del territorio si traduce così in un crescendo di interventi tampone dopo ogni ondata di maltempo.
Il paradosso è che molta di questa spesa avrebbe potuto essere ridotta con una politica di prevenzione puntuale e programmata. Soprattutto avviando quel dialogo costante tra articolazioni locali e Stato centrale che è alla base di una politica alta e visionaria, in grado di prevenire invece che curare.
Anche qui la dinamica è sempre la stessa: si tagliano o si dimenticano, in maniera più o meno consapevole, i capitoli di manutenzione ordinaria e quelli legati all’adattamento climatico, salvo poi dover correre ai ripari con miliardi di euro di risorse straordinarie dopo l’ennesima esondazione.
Su questo fronte gli allarmi dell’Ance sono stati una sorta di mantra nel vuoto. Un appello per invertire il ciclo emergenza-ricostruzione, per compiere un definitivo salto di qualità. Visto che strumenti normativi, competenze tecnologiche e studi scientifici consentono di farlo.
Proprio la presidente Federica Brancaccio l’ha ripetuto al convegno sulla Città del futuro che si è svolto a Roma. La messa in sicurezza del patrimonio edilizio e del territorio, è stato il ragionamento, non è solo un imperativo morale, ma anche un’operazione economicamente conveniente, perché i costi della prevenzione sono nettamente inferiori a quelli della ricostruzione.
Per questo l’Associazione sollecita un piano pluriennale con fondi certi, una governance nazionale forte e un sistema informativo integrato che permetta di monitorare gli interventi su scala Paese.
La richiesta, in fondo, è molto semplice: un cambio di paradigma culturale. Spostare le risorse dagli indennizzi post-evento alla riduzione del rischio, a partire da scuole, ospedali, infrastrutture critiche e abitazioni nelle aree più esposte.
L’idea è che ogni euro investito in prevenzione generi un risparmio multiplo in termini di minori danni futuri, minore interruzione dei servizi e minori costi sociali per sfollati, perdita di attività produttive e desertificazione dei territori.
Qualcosa, va detto, si è mosso. Un tassello in questa direzione, ad esempio, è rappresentato dai nuovi finanziamenti per la prevenzione del rischio sismico nelle aree interne, che interessano i Comuni intermedi, periferici e ultraperiferici.
L’obiettivo dichiarato è rafforzare la sicurezza strutturale e la resilienza dei territori più fragili, garantendo la continuità dei servizi essenziali e migliorando la capacità di risposta in caso di terremoto.
Si tratta di risorse destinate a progetti di fattibilità tecnico-economica e interventi su opere strategiche, con graduatorie che tengono conto del livello di rischio, della vulnerabilità degli edifici e della perifericità dei Comuni.
Tuttavia, questi strumenti restano ancora troppo frammentati e intermittenti rispetto alla dimensione reale del problema. Senza una programmazione di lungo periodo, capace di mobilitare investimenti pubblici e privati e di agganciare anche misure fiscali per i privati, il Paese continuerà a inseguire le emergenze, accumulando nuovi miliardi di spesa per ricostruire ciò che non si è voluto mettere in sicurezza prima.
Dietro le grandi cifre della finanza pubblica ci sono poi i costi meno visibili, ma non meno pesanti per famiglie e imprese. La distruzione di case e capannoni industriali, come delle attività commerciali, significa lo stop drammatico alla marcia del Pil, ma anche e soprattutto la fuga di giovani e del capitale umano dai territori colpiti.
Interi centri storici, basti pensare all’Abruzzo, sono rimasti “impacchettati” per anni, con un impatto duraturo sul turismo, sul commercio, sulla percezione stessa di sicurezza che orienta le scelte di investimento.
Un “prezzo sociale” delle calamità che l’Ance invita a mettere nel conto quando si discute di quante risorse destinare alla prevenzione.
Il messaggio ai decisori, al legislatore e a chi ha cuore le sorti del Paese è chiaro: le calamità naturali in Italia non sono un’eccezione, ma una variabile strutturale con cui fare i conti in anticipo, se si vuole evitare che l’ennesima ricostruzione diventi un’occasione perduta per modernizzare davvero il Paese.
I numeri del dissesto 1944-2023
- Totale: 358 mld. €
- Media annua: 4,5 mld. €
- Terremoti: 246 mld. €
- Media annua terremoti: 3,1 mld. €
- Dissesto idrogeologico: 112 mld. €
- Media annua dissesto idrogeologico: 1,4 mld. €
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