l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Italia più sicura: fare prevenzione è anche una grande leva economica

Scritto da
Erasmo D’Angelis
Pubblicato il
31/05/2026
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Duemila anni fa, l’epicureo Tito Lucrezio Caro, nel De Rerum Natura, libro I, descriveva così le alluvioni: «…spargono strage, quando la molle natura dell’acqua s’avventa in straripante fiume: un gran defluire d’acque lo ingrossa giù dagli alti monti, scaglia rottami di piante e alberi interi; né solidi ponti possono resistere all’improvvisa violenza dell’acqua che incalza…».
Duemila anni dopo, la foto dell’Italia del dissesto idrogeologico è quella di un Paese in costante emergenza per piene fluviali e pluviali e per frane, dove alla violenza distruttiva degli eventi naturali aggiungiamo spesso la nostra fatale inclinazione alla rimozione delle cause e della prevenzione strutturale.
Abbiamo alle spalle un secolo che ha fatto contare circa 17.000 frane in circa 14.000 luoghi, con 5.939 vittime, e circa 19.000 alluvioni che hanno colpito circa 14.000 aree urbane, con una spesa per riparazioni, risarcimenti e ristori pari a circa 4,5 miliardi di euro in media all’anno dal 1946 ad oggi.
E uno sviluppo urbano disordinato, con città a lungo senza piani regolatori, ha permesso occupazioni di suoli franosi e aree alluvionali e la “tombatura” di circa 30.000 km di reticoli di acque senza alcuna protezione, facendo dell’Italia quel Paese balzato dal 2,7% del costruito di metà anni Cinquanta del Novecento all’8,3% di oggi, con abusi evidenti ma graziati a furor di popolo da quattro condoni.
Se oggi circa 30 milioni di italiani vivono in aree a rischio di eventi di dissesto di varia tipologia, come rileva l’Ispra, i motivi sono anche “naturali”: le precipitazioni tra le più abbondanti del mondo, con circa 300 miliardi di m³ di piogge in media all’anno a fronte di consumi complessivi di acqua per soli 26 miliardi di m³, la presenza di ben 7.546 corsi d’acqua a carattere torrentizio, il nostro Mediterraneo che si surriscalda di circa il 20% in più della media globale, aumentando volumi di vapore acqueo in atmosfera che scaricano a terra eventi di piogge sempre più a carattere “esplosivo”.
Siamo una Penisola per due terzi montuosa e collinare e con suoli geologicamente “giovani”, argillosi e sabbiosi, da sempre condizionati da frane e smottamenti. Non è un caso se delle circa 750.000 frane censite nei database dei 27 Paesi europei, ben 620.808 sono sul 19,9% del territorio nazionale, presenti nelle aree di 7.275 comuni sul totale di 7.904, praticamente in quasi tutti.
Un dato shock, aggravato dall’assenza o forte carenza di manutenzioni e opere di contenimento. Sono tanti, insomma, i motivi per cui siamo oggi tra i primi al mondo per vittime e danni economici da dissesto idrogeologico.
Eppure, mai come oggi, abbiamo punti di forza nella conoscenza dei nostri punti deboli, nella capacità di poter raggiungere la massima sicurezza possibile, nel saper guardare in faccia il rischio e sfidarlo per quello che è, evitando di rimanere ancora prigionieri della presunzione di potercela sempre cavare supplicando la dea Fortuna o un santo protettore.
L’ottava potenza economica mondiale che siamo può e deve reagire mettendo oggi in campo anche tutte le straordinarie capacità tecniche dei costruttori dell’Ance, con i progressi nell’architettura, nell’ingegneria, nella sismologia, nella geologia, nell’idrologia e nella scienza del clima.
Siamo da sempre “inventori” di soluzioni. Possiamo oggi applicarle non solo nelle aree urbane all’estero, con grande ammirazione e business, ma anche in Italia, dove servono con urgenza tecniche e tecnologie per la rigenerazione urbana, con nuove infrastrutture in grado di rendere le nostre stupende città sempre più “spugnose” e adattate al nuovo clima.
La protezione dai grandi rischi, la tutela di chi vive nei territori più in pericolo e l’adattamento per rischiare il meno possibile non possono più restare ai margini o fuori dagli investimenti pubblici. Perché mai come oggi, sicurezza e protezione dai rischi naturali significano anche evitare collassi finanziari dello Stato e delle famiglie, investendo cento volte meno dei costi delle emergenze e delle ricostruzioni, senza considerare le perdite di vite umane.
È questa l’ora di aprire un nuovo capitolo della nostra storia nazionale, superando ogni contrapposizione politica. Un piano nazionale strategico per la mitigazione del rischio idro-climatico è oggi una necessità imprescindibile.
L’Italia, come molti altri Paesi, dovrà fronteggiare fenomeni estremi crescenti, con precipitazioni intense e concentrate, siccità prolungate, instabilità dei pendii e altri rischi naturali. Occorre ridurre la complessa frammentazione delle competenze istituzionali e agire con urgenza con una strategia unitaria e integrata.
La prevenzione è poi anche una scelta di razionalità economica. Continuare a privilegiare la sola riparazione rispetto alla riduzione strutturale del rischio significa accettare una spesa pubblica sempre più elevata, incerta e meno efficace, mentre un approccio preventivo consentirebbe di trasformare gli investimenti in benefici, rafforzando la resilienza dei territori e la sostenibilità dei conti pubblici.
Le risorse finanziarie potrebbero provenire da tre canali principali: il rafforzamento strutturale della spesa in conto capitale del Bilancio dello Stato, una riprogrammazione dei fondi europei di coesione orientandoli più decisamente verso interventi strutturali di riduzione del rischio, il ricorso a finanziamenti agevolati della BEI e della CEB – Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa, particolarmente rilevanti per aree non coperte da politiche di coesione come il nostro Centro-Nord.
Cruciale è anche migliorare la capacità di spesa riducendo i residui passivi, mettendo a punto cronoprogrammi realistici e coordinando strutture tecniche e finanziarie dei diversi livelli istituzionali dello Stato.
Sappiamo che in molti casi è questione di tempo, e il tempo è tutto per puntare sull’Italia più sicura. Lasciamo al passato i rimpianti e gli errori.
Programmare piani di investimenti per i cantieri più utili e a lunga scadenza è un obiettivo a portata di mano, e occorre partire ma soprattutto proseguire e non fermarsi né arrendersi mai.
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