l’inchiesta: prevenire è meglio che curare
Intervista a Nello Musumeci – “L’Italia Paese fragile: prioritario completare i cantieri già partiti”
Il 94% dei Comuni italiani è a rischio idrogeologico: 7.500 realtà in cui vivono oltre nove milioni di persone
Scritto da
Antonio Troise
Pubblicato il
31/05/2026
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8'

Biografia
Il ministro Nello Musumeci è nato a Militello, in provincia di Catania, nel 1955. Laureato in Scienze delle Comunicazioni, giornalista pubblicista e bancario, è stato per due volte Presidente della Provincia di Catania, deputato europeo per tre legislature e Presidente della Regione Siciliana.
Nel 2011 è stato sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali nel Governo Berlusconi. L’anno seguente è entrato all’Assemblea regionale siciliana ed è diventato, con voto unanime, presidente della Commissione Antimafia.
Nel 2017 è stato eletto Presidente della Regione Siciliana, sostenuto da una coalizione di centrodestra.
Nel corso del suo impegno istituzionale, in materia di protezione civile, è stato Commissario del Governo per l’emergenza vulcanica sull’Etna nel 2001 e confermato Commissario per la ricostruzione l’anno successivo.
È stato, tra l’altro, delegato per la crisi idrica nella Provincia di Palermo, per le mareggiate nell’Isola di Salina, per i gas tossici nell’Isola di Vulcano e Commissario del Governo nazionale per la lotta al dissesto idrogeologico in Sicilia.
Alle Politiche del 2022 è stato eletto al Senato nel collegio uninominale di Catania per Fratelli d’Italia.
Il 22 ottobre 2022 ha giurato nelle mani del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare del Governo presieduto da Giorgia Meloni.
Intervista
Ministro Nello Musumeci, l’Italia è un Paese fragile che, anno dopo anno, presenta il conto delle calamità. Partiamo dal dissesto idrogeologico: qual è la situazione?
Il dissesto idrogeologico è il rischio naturale più diffuso nel nostro Paese. Secondo i dati dell’Ispra riguarda il 94% dei Comuni italiani: parliamo di circa 7.500 realtà in cui vivono oltre nove milioni di persone.
Questo significa che una parte significativa della popolazione è esposta a frane, alluvioni o erosione costiera, anche se con livelli diversi di pericolosità. È un problema strutturale della nostra geografia e della storia dell’uso del territorio, aggravato negli ultimi anni dagli effetti del cambiamento climatico e da scelte urbanistiche insensate e poco lungimiranti, che dagli anni Sessanta in poi hanno portato alla devastazione di molte aree del Paese. Oggi ne paghiamo le conseguenze.
Quali sono gli interventi e gli investimenti previsti dal Governo?
Sono le Regioni che hanno prioritariamente il compito di lottare contro il dissesto, mediante fondi che ricevono dal Ministero dell’Ambiente. Con questo Governo, anche noi, col Dipartimento Casa Italia, stiamo lavorando su una prevenzione più strutturata, affidandoci alle Autorità di bacino.
Esse presentano due condizioni favorevoli: hanno profonda conoscenza del sistema idrografico e non subiscono le pressioni delle amministrazioni locali. Voglio dire che accanto ai piccoli interventi di prevenzione servono opere strutturali.
A febbraio abbiamo disposto un ulteriore stanziamento di 100 milioni di euro per progetti, subito cantierabili, contro il rischio dissesto idrogeologico. Saranno le sette Autorità di bacino distrettuali ad individuare gli interventi strategici relativi ai fenomeni franosi più rilevanti nel territorio di competenza.
Sottolineo che quest’ultimo finanziamento si aggiunge ai 320 milioni già destinati nei mesi scorsi a questo tipo di rischio naturale. L’obiettivo del Governo Meloni è quello di dare priorità a quelle opere già in avanzato stato di progettazione, affinché i cantieri possano essere aperti, e chiusi, in tempi ragionevolmente brevi.
Spesso interventi ben progettati possono ridurre in modo significativo il rischio idrogeologico. Si sono accumulati molti ritardi nella spesa. A che punto siamo?
In Italia abbiamo una modesta capacità di programmazione e di spesa. Non sempre è un problema di risorse. Alla fine del 2022 abbiamo assegnato alle Regioni 220 milioni di euro per interventi contro il dissesto e per la sicurezza del reticolo idrografico.
Ai Comuni delle Isole minori abbiamo destinato 100 milioni di euro per interventi strutturali antisismici negli edifici pubblici. Altri 140 milioni di euro, del fondo del Ministero dell’Interno, abbiamo messo a disposizione dei piccoli Comuni per interventi di riqualificazione del proprio territorio.
Mi sento di poter dire che il problema spesso è l’incapacità di utilizzare le risorse in tempi rapidi, mentre in alcuni casi il denaro è stato speso ma in malo modo, ai limiti dello spreco.
Non servirebbe una cabina di regia per coordinare meglio gli interventi?
Il vero problema è la frammentazione normativa. Negli ultimi anni si sono succeduti numerosi strumenti e strutture: commissari regionali per il dissesto, fondi per la progettazione, cabine di regia, strategie nazionali e nuovi organismi interministeriali.
Il risultato, talvolta, è un quadro confuso e disorganico. Più che moltiplicare le strutture occorre semplificare le norme, chiarire le competenze e rendere più efficiente la pianificazione su larga scala.
In tal senso i miei uffici hanno predisposto già un anno fa un ddl interministeriale per un Piano nazionale contro il dissesto. Siamo in attesa del parere e dei contributi dei dicasteri dell’Ambiente e delle Infrastrutture.
Fra qualche mese finirà la stagione del Pnrr che prevedeva interventi anche per la messa in sicurezza del territorio. Come sono andate le cose?
Da quando sono al Governo, abbiamo assegnato alle Regioni 800 milioni di euro per nuovi interventi di messa in sicurezza del territorio. Sono risorse del Pnrr e quindi le opere vanno completate entro il 2026.
La vera sfida non riguarda solo la quantità di risorse disponibili, ma la capacità di utilizzarle con efficacia. In Italia spesso i fondi arrivano, ma la programmazione e il monitoraggio degli interventi restano insufficienti.
Serve una governance più chiara, con coordinamento tra istituzioni e strumenti di controllo capaci di verificare l’avanzamento dei lavori. Senza questa capacità organizzativa, anche le risorse straordinarie rischiano di non produrre gli effetti attesi.
C’è poi l’altro rischio, quello sismico, che coinvolge gran parte del nostro territorio. Che cosa si può fare?
L’Italia ha un’esposizione medio-alta al rischio sismico: circa 23 milioni di persone vivono in aree dove i terremoti possono avere effetti rilevanti e milioni di edifici potrebbero non resistere a forti sollecitazioni.
Non possiamo prevedere quando arriverà un terremoto, ma sappiamo dove il rischio è maggiore. Per questo la vera strategia è la prevenzione, strutturale e non: rendere più resistenti gli edifici, privati e pubblici, soprattutto scuole, ospedali e infrastrutture strategiche.
C’è anche un problema di cultura della prevenzione?
Sì, ed è uno dei nodi principali. La prevenzione passa innanzitutto dalla conoscenza dei rischi. Quando i cittadini comprendono la fragilità del territorio in cui vivono e sanno come comportarsi in caso di emergenza, diventano più consapevoli e accorti.
Senza questa conoscenza prevalgono sottovalutazione e fatalismo. Informazione, esercitazioni e comunicazione alla popolazione sono strumenti fondamentali per costruire una vera cultura del rischio e di Protezione civile.
Non sarebbe importante pensare anche ad un intervento di riqualificazione e adeguamento dei nostri edifici?
Certamente, ed è stata una delle priorità di questo Governo. Ultimo esempio è il bando “Piccoli Comuni”, volto alla riqualificazione e alla messa in sicurezza dei territori.
Oppure gli interventi urgenti di riqualificazione sismica degli edifici pubblici e delle infrastrutture pubbliche nell’area Campi Flegrei, in Campania, dove stiamo investendo oltre mezzo miliardo di euro per attenuare l’esposizione ai rischi sismico e vulcanico.
La linea del Governo Meloni è chiara sin dall’insediamento: limitare il consumo di suolo e intervenire sul costruito, ove possibile, adeguandolo in termini di sicurezza e riqualificandolo nelle aree urbane maggiormente suscettibili di intervento. Su questa linea si muove anche il Piano Casa voluto dal Governo.
Basta colate di cemento indiscriminate, basta fiumi tombinati.
Quali risorse potrebbero essere utilizzate?
Negli anni sono stati previsti diversi strumenti finanziari per la prevenzione e la sicurezza degli edifici, come il Sismabonus e altri incentivi fiscali. Tuttavia spesso questi strumenti non hanno prodotto gli effetti sperati perché non accompagnati da una strategia chiara.
Sarebbe necessario definire priorità territoriali e tipologie di edifici su cui intervenire, evitando interventi indiscriminati e concentrando le risorse pubbliche nelle aree e nelle strutture più vulnerabili.
Quest’anno è l’anniversario del terremoto in Friuli: a 50 anni dalla ricostruzione quale bilancio si può trarre?
Il terremoto del Friuli rappresenta uno degli esempi più importanti della storia della Protezione civile italiana. Proprio da quell’esperienza maturò la consapevolezza della necessità di distinguere tra prevenzione, soccorso e ricostruzione e di organizzare meglio il sistema di intervento dello Stato.
L’esperienza friulana contribuì a sviluppare un modello di gestione delle emergenze più efficace, che nel 1982 ha portato alla costruzione dell’attuale sistema nazionale di Protezione civile, perfezionato nel corso degli anni.
Il merito è soprattutto del ministro varesino Giuseppe Zamberletti, che intuì la necessità di distinguere l’attività di previsione e prevenzione del rischio dall’attività del soccorso nell’emergenza.
Siamo molto bravi nella gestione delle emergenze ma non si è dedicata la necessaria attenzione alla prevenzione. Anche perché i cittadini non hanno una netta e reale percezione del rischio naturale che incombe sul territorio in cui vivono.
Bisogna cominciare dalle scuole, come si fa col sisma in Giappone. Ma purtroppo il Protocollo sottoscritto col ministro Valditara per un maggiore coinvolgimento dei dirigenti scolastici, dei docenti e degli studenti non ha ancora dato i risultati sperati, per la scarsa sensibilità che permane ovunque nella Nazione.
L’esempio del Friuli dimostra che è davvero possibile coniugare ricostruzione e sviluppo?
Sì, l’esperienza del Friuli, ma anche tante altre esperienze sui territori nel corso dei secoli, dimostra che dopo una calamità può aprirsi una stagione di rinascita.
Ricostruire meglio, delocalizzando quando è inevitabile, può rendere attrattiva un’area altrimenti condannata alla desertificazione.
Abbiamo dato vita, con la legge 40 del 2025, al Codice della Ricostruzione, che contempla un ordinamento omogeneo per tutta l’Italia, definisce i soggetti chiamati a concorrere e fissa i tempi necessari.
Sì, perché nel passato ricostruire durava tanto e costava troppo. La medesima legge prevede che una quota delle risorse pubbliche spese sia destinata a creare, sullo stesso territorio, condizioni favorevoli agli investimenti per incentivare occasioni di crescita e di sviluppo.
E quando la ricostruzione è guidata da una visione chiara, da amministratori capaci e da un coordinamento efficace tra istituzioni, i risultati non tardano ad arrivare.
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