l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

Da Firenze a L’Aquila, dai grandi disastri possono nascere successi

Ma c’è una lezione da non dimenticare: nulla va avanti senza un ruolo attivo e responsabile di Comuni e Regioni

Scritto da

Dario Laruffa

Pubblicato il

31/05/2026

Tempo di lettura

4'

Quarant’anni. Quarant’anni fa esatti. In Italia scoppia lo scandalo del vino adulterato con metanolo. La sostanza tossica serve per aumentare la gradazione alcolica, a poco costo. Provoca 23 morti e oltre 150 intossicati, molti con cecità o danni permanenti.

Da una cantina di Narzole, in provincia di Cuneo, della famiglia Ciravegna, il “vino killer” fa danni in Piemonte, Lombardia e in altre regioni. Crolla il mercato del vino, all’estero come all’interno. Ne fanno le spese anche gli incolpevoli. Nel 1986 le esportazioni diminuiscono di circa il 40% rispetto all’anno precedente, con punte dell’80% in meno su mercati chiave come la Germania Ovest. Il danno di reputazione è enorme. Nell’immediato dopo scandalo le vendite in Italia diminuiscono sino al 70%.

Quarant’anni dopo alcune famiglie delle vittime denunciano di non aver ricevuto, nonostante le condanne dei responsabili, un risarcimento adeguato, simbolico e materiale. Eppure quello scandalo ha rivoluzionato, in positivo, la produzione e il consumo di vino nel nostro Paese. Più controlli, meno quantità, più qualità, più attenzione all’origine del vino. Risultato: una ripresa alla grande, da un disastro nasce un successo.

L’Italia è fragile: terremoti, frane, alluvioni. Dati Ispra del 2024 indicano quasi un 10% del territorio a elevata pericolosità, il caso più grave, con 1 milione e 300mila persone coinvolte. Alla natura a volte matrigna si aggiungono come moltiplicatore speculazione e abusivismo edilizi, piani urbanistici indulgenti, e tutto a scapito della sicurezza.

Gli esperti individuano quattro fasi nella gestione delle calamità: prevenzione, emergenza, ricostruzione, rilancio economico. L’Italia va forte solo nel punto due, la protezione civile dopo l’Irpinia del 1980, inclusi i volontari; sugli altri punti zoppichiamo.

Ma questa situazione non è un destino ineluttabile e a volte, anche qui, da un disastro può nascere un successo. Certo, servono risposte tempestive, orientate allo sviluppo, governate in modo chiaro e duraturo.

Prendiamo quattro casi, più o meno datati: l’alluvione di Firenze del 1966, i terremoti del Friuli del 1976, de L’Aquila del 2009 e del Centro Italia del 2016-2017. Sono tutti casi che dimostrano che, pur fra difficoltà, una ricostruzione può essere volano di crescita.

Nel caso “antico” di Firenze, il colpo di allora si è trasformato nel tempo in occasione per far nascere una filiera economica basata sulla cultura del restauro artistico e sul turismo culturale, magari anche troppo.

Il Friuli degli anni Settanta è stato sì da subito sinonimo di gente che si è “rimboccata le maniche” senza attendere passivamente “mamma Stato”, ma anche di una politica volta ad accelerare lo sviluppo di manifattura e infrastrutture, selezionando le migliori, e di realtà di supporto come l’Università di Udine. Non dimenticando ovviamente che parliamo di un’area industrialmente in evoluzione già prima del sisma.

Complesso il caso de L’Aquila. Qui la ricostruzione privata è completata, mentre quella degli edifici pubblici è molto indietro e il centro storico si è solo parzialmente ripopolato. La “new town” provvisoria è ancora in piedi ed è degradata, le “casette” autorizzate in via eccezionale allora rimangono oggi non legalizzate. Detto ciò, la scommessa e il progetto in questo caso non sono il riprodurre “quel che c’era”, quanto provare a ridisegnare il territorio: turismo sostenibile, cultura, borghi.

Gli interventi nel Centro Italia, dopo il 2016-2017, sono arrivati in ritardo, con il rischio di accentuare un destino di declino, anche demografico. Poi si è cambiata rotta soprattutto con i fondi del Pnrr per finanziare città sicure, investimenti del digitale, turismo e imprese.

La lezione generale è che nulla va avanti senza un ruolo attivo e responsabile di Comuni e Regioni per gestire fondi statali ed europei. È a questo livello che si devono, o si dovrebbero, capire meglio le priorità per le popolazioni e i modi per inserire gli interventi straordinari in politiche ordinarie di lungo periodo.

Giuseppe Roma, grande esperto di gestione del territorio, ha proposto la creazione di un Osservatorio Internazionale sul Sisma per catalogare ed elaborare norme, modi di intervento e buone prassi messe in opera in Italia e in alcune importanti realtà straniere.

Manca, invece servirebbe, una sistematizzazione su come si è proceduto nel passato, con quali esiti e quali inefficienze, anche per capire cosa ha funzionato e farne un possibile punto di riferimento.

Nel gennaio 1968 un terribile terremoto nella Valle del Belice, in Sicilia, distrusse completamente il paese di Gibellina. Con lungimiranza, già negli anni Settanta si avviò un progetto di ricostruzione per Gibellina Nuova, città-museo a cielo aperto.

Scesero in campo artisti e architetti italiani e internazionali; sui luoghi della vecchia Gibellina, Alberto Burri realizzò una grande opera di land art in cemento.

Gibellina è stata riconosciuta come prima “Capitale italiana dell’Arte contemporanea” per il 2026: un grande riconoscimento. Certo, 58 anni dopo.

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