incipit
Il coraggio come motore del futuro
È l’unica via da seguire in tempi di estrema incertezza come quelli che stiamo vivendo

Scritto da
Adriano Baffelli
Pubblicato il
20/08/2025
Tempo di lettura
2'

C’è stato un momento, nella relazione che Federica Brancaccio ha tenuto all’Auditorium della Conciliazione, durante la partecipata assemblea annuale dell’associazione dei costruttori, che più di altri ha fatto comprendere il senso del suo appassionato e lucido intervento. Un momento preciso, netto, che non aveva bisogno di effetti scenici per imporsi. “Abbiamo bisogno di coraggio. Il coraggio di scegliere, di investire, di cambiare. Di intraprendere”. E in quell’attimo, fra gli applausi e i cenni di assenso, si è fatta strada una verità semplice ma potente: senza coraggio, questo Paese non si muove.
Non è un tema nuovo, eppure è parso tanto fresco quanto necessario, nell’attimo stesso nel quale veniva con forza e convinzione evocato dalla presidente di Ance. In una stagione segnata da crisi climatiche, instabilità geopolitiche e una transizione energetica che non fa sconti, l’edilizia si ritrova a essere non solo barometro ma anche leva. E nell’ideale cuore dell’Italia che costruisce, e non solo in senso materiale, il messaggio ha preso corpo: o si ha l’audacia di intraprendere, o si resta spettatori del declino.
Brancaccio non ha cercato alibi, né ha concesso scorciatoie. Ha parlato di responsabilità, di visione, di quella capacità tutta italiana, ma troppe volte dimenticata, di saldare tecnica e umanesimo, impresa e progetto sociale. E ha chiesto al governo, ma anche a ciascun operatore del settore, di fare un passo avanti. Non in nome dell’ottimismo ingenuo, bensì della fiducia informata: quella che nasce dalla competenza, dal lavoro, dalla concretezza.
È un appello da meditare e, soprattutto, da declinare concretamente. Perché parlare di edilizia, oggi, significa parlare di città, di ambiente, di futuro. Significa decidere che tipo di Paese vogliamo essere. E per dirlo serve uno stile che tenga insieme il rigore dell’analisi e la passione civile. Uno stile che non cede al cinismo ma nemmeno all’ingenuità.
Il coraggio evocato dalla presidente di Ance non è quello della retorica muscolare. È un coraggio sobrio, che sa quanto costa ogni mattone posato con criterio, ogni progetto portato a compimento in un tempo in cui tutto pare precario. È il coraggio di chi investe senza sapere se vedrà il raccolto, di chi forma giovani senza garanzie, di chi crede ancora che l’impresa sia anche servizio, e non solo profitto.
E allora sì, questo Paese ha bisogno di coraggio. Ma non quello solitario degli eroi isolati. Ha bisogno di un coraggio collettivo, condiviso, che sappia farsi sistema. È qui che il messaggio della presidente di Ance tocca il cuore della questione: serve una nuova alleanza tra pubblico e privato, tra tecnica e politica, tra impresa e comunità. Serve l’intrapresa come vocazione, non come eccezione.
La sfida è aperta. Ma, consentitemi, non si costruisce nulla restando fermi a guardare.
Finis coronat opus.
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