intervista

Quando una comunità è costretta a ricostruirsi

Ma c’è una lezione da non dimenticare: nulla va avanti senza un ruolo attivo e responsabile di Comuni e Regioni

Scritto da

Luisa Grion

Pubblicato il

31/05/2026

Tempo di lettura

5'

Creare relazioni e combattere la tentazione di cedere all’impotenza. È l’unico modo che abbiamo per sopravvivere ad un evento drammatico, vincere la paura, lo sgomento e avviare una rinascita.

A cinquant’anni dal sisma che devastò il Friuli, per Gian Paolo Gri, antropologo, già professore all’Università di Udine e profondo conoscitore di quella terra e quelle genti, è questa l’eredità che resta di quella tragedia e del modello di ricostruzione che ne nacque.

«Il punto di forza fu la capacità di costruire una rete e di capire fin dall’inizio che davanti ad un disastro, in termini di morti, macerie, traumi da superare, le decisioni e le soluzioni non potevano essere calate dall’alto, ma dovevano essere il frutto di una partecipazione comune».

Professore, da cosa maturò quella intuizione?

Il territorio si prestava, il Friuli era composto per lo più da paesi, non c’erano grandi città, le comunità erano piccole e naturalmente solidali, per necessità ancor prima che per etica. Fu questa capacità e questa abitudine all’aiutarsi a fare la differenza, e l’associazionismo ne fu la forza trainante, una sorta di rete elettrosaldata che sostenne le comunità e che seppe fare sistema.

Si partì da una solidarietà interna e subito dopo arrivò quella esterna, facilitata dal fatto che il Friuli era una terra di emigrazione. Ci furono poi importanti e particolari condizioni politiche che spinsero ad una gestione autonoma e partecipata, ma resto convinto che il contributo dato dalle associazioni fu fondamentale e non è un caso che proprio qui, da quella tragedia e da quella esperienza, nacque poi la Protezione Civile.

Quella solidarietà di base che tanta parte ebbe nella ricostruzione, secondo lei, esiste ancora?

Penso di sì. Il Friuli, come l’intero Paese, è profondamente cambiato in questi cinquant’anni, e rispetto a quel 1976 c’è un evidente ritorno alla burocrazia e una nuova tendenza all’individualismo. Ma io credo che la solidarietà sia una molla ben radicata e l’associazionismo, pur se molto spesso frammentato, resti ancor oggi la culla dove far crescere questo valore che è un aspetto fondante per la collettività.

Obiettivamente ora tutto è diventato più complesso, a partire dalla difficoltà, nelle comunità, di individuare figure trainanti che possano tenere unito il territorio, far convivere le differenze e difenderne l’identità del luogo. Non ci sono più sacerdoti, insegnanti, medici ad assumere quel naturale ruolo di leadership e, anzi, dobbiamo proteggere dall’eccesso di norme chi potrebbe farsene carico, chi ha voglia di fare.

Ma quell’identità del territorio di cui lei parla, non rischia oggi di sconfinare in difesa dall’esterno e di generare chiusure più che aperture?

Identità può essere una parola ambigua e per me ha senso solo se declinata al plurale. Certo, il Friuli e l’Italia intera da terre di emigrazione sono diventate terre di immigrazione e oggi il problema da risolvere è l’integrazione fra culture e modelli sociali diversi.

Nella stessa Udine, per esempio, dove negli anni del terremoto si parlava solo l’italiano e il friulano, oggi s’incrociano oltre sessanta lingue. Bisogna tessere una rete di convivenze e di abitudini comuni e anche qui le dimensioni piccole possono essere d’aiuto. Vedo meno difficoltà d’integrazione nei piccoli centri che nei grandi agglomerati urbani.

Identità e solidarietà come valori trainanti di un territorio e come motore di quella che fu una ricostruzione esemplare. Oggi, al di là dei terremoti, le emergenze e le paure da affrontare sono tante: guerre, disastri climatici, insufficienze energetiche, distanze culturali, nuove povertà, cali demografici. Come possiamo non farci sopraffare dalla paura e dalle fragilità?

Bisogna combattere la tentazione di sentirsi impotenti. Non pensare di affrontare la problematica nel suo complesso, ma partecipare a progetti mirati, mettere in atto piccoli interventi di aiuto fra piccole comunità che possano darci il senso dell’utilità di quello che facciamo e che possano farci apprezzare il risultato ottenuto.

Non abbiamo gli strumenti per risolvere il problema della siccità nel mondo, ma possiamo impegnarci ad aiutare chi realizza un pozzo. Non possiamo da soli fermare le guerre ma possiamo organizzare azioni di sostegno per i rifugiati o le vittime dei conflitti.

Ancora associazionismo, dunque.

Sì, ancora associazionismo. Dobbiamo impegnarci ad essere collaborativi dentro catene di solidarietà che non affrontano situazioni generali, ma trattano problemi concreti.

L’unica strada per uscire dal senso di impotenza e dalla paura che genera un evento catastrofico è contribuire a trovare piccole soluzioni in casi specifici. In questi casi la ricostruzione in Friuli è ancora un modello di stimolo per ogni genere di ricostruzione, materiale o immateriale che sia, perché è così che fu avviata la rinascita: ogni comunità, nel suo piccolo, generò soluzioni. E lo fece nel modo giusto.

Qual è il modo giusto?

Il modo giusto è ricucire, tenere conto dei diversi soggetti, coinvolgerli e delegare. Avere per obiettivo la cura del luogo, la manutenzione continua, la dedizione artigianale.

Perché niente è per sempre, nemmeno la ricostruzione. Una casa, come un progetto, va protetto, ha bisogno di attenzioni, adattamenti e innovazione.

Sono stati individuati anche errori in quel che resta del virtuoso modello Friuli?

Per certi aspetti, soprattutto quello delle fisionomie identitarie della ricostruzione, si poteva fare meglio. Accanto ai borghi diventati esempi studiati in tutto il mondo, sono stati costruiti anche agglomerati senz’anima dove la storia del luogo è stata sepolta dalle ruspe e dove la salvaguardia ambientale non è stata rispettata.

A cinquant’anni dal sisma come vorrebbe fosse celebrato l’anniversario?

Vorrei fosse un momento di costruzione della memoria partecipata, non passiva e celebrativa, perché le comunità, ora più che mai, hanno bisogno di ricordi collettivi.

Intervista all’antropologo Gian Paolo Gri

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