il grandangolo
Nei miei scatti tutta la bellezza dello spettacolo del lavoro
Dall’Autostrada del Sole all’altoforno di Taranto: quello che fotografavo era materia che si trasformava in arte
Scritto da
Enzo Ragazzini
Pubblicato il
04/06/2026
Tempo di lettura
2'

«Nel 1964 il dottor Panfili, che all’epoca era il mio referente presso Notizie Iri, mi comunicò che desiderava documentare fotograficamente l’avvio dei lavori dell’autostrada Roma-Firenze», racconta Enzo Ragazzini, fotografo autore di molte delle immagini di Cdp contenute nello Speciale AnceMag.
«Ricordo che andammo insieme sul tracciato dell’autostrada: era uno spettacolo straordinario. A quei tempi, quando concordavo un lavoro, passavo alla cassa e ricevevo un anticipo in contanti. Nessuno di noi, allora, aveva un conto in banca; io stesso aprii il mio primo conto solo dopo essermi trasferito a Londra, nel 1965. Ritiravo quindi l’anticipo e partivo per realizzare i servizi fotografici che mi erano stati commissionati».
«Nel 1963, poco prima dell’inaugurazione dello stabilimento di Taranto, partii di notte, appena terminato il lavoro, e mi diressi verso la città. All’epoca non c’erano ancora le autostrade come oggi. Dovevo essere lì il giorno successivo per fotografare l’inaugurazione dell’altoforno di Taranto. Non ci si fermava in alberghi o ristoranti di lusso: ci si arrangiava, sostando dove capitava».
Che cosa ha significato per lei documentare la nascita di questa grande infrastruttura, che per la prima volta connetteva l’Italia?
«Ho avuto la fortuna di essere, per natura, un grande entusiasta dell’opera dell’uomo. Non a caso, in seguito ho pubblicato un libro, Mondi senza motore, interamente dedicato alla manualità e alla capacità dell’uomo di costruire».
«Per me il lavoro che fotografavo era talmente spettacolare che, a volte, finivo quasi per dimenticarmi di fotografare. Ricordo la scoperta dell’altoforno, delle siviere, di quelle cinquecento tonnellate di acciaio fuso che scorrevano in antri bui e profondi. Era qualcosa di magico, di meraviglioso».
«Ci fu un incontro perfetto tra me e una materia che è sempre stata tra le mie preferite. Una materia in un certo senso contrapposta a quella che, in pittura e nell’arte contemporanea, veniva chiamata happening: una sorta di sostituto, spesso quasi ridicolizzato, dell’avvenimento autentico».
«Penso, ad esempio, a certe installazioni in cui si collocava un blocco di ghiaccio in una galleria, aspettando semplicemente che si sciogliesse. Roba da intellettuali marci. A chi può importare davvero di un cubo di ghiaccio che si scioglie? Perché mai quello dovrebbe diventare il tema centrale di una mostra?».
«Ben altra cosa era assistere al passaggio di un magnete da venti tonnellate sopra un parco rottami: quando entrava in funzione, attirava a sé i materiali con un fragore terribile, creando gigantesche sculture di metallo, di un impatto visivo enorme. Chi si occupava di happening, probabilmente, non conosceva e non riusciva nemmeno a immaginare spettacoli del genere».
«Oppure vedere, nel processo di produzione dell’acciaio, quella lingua di fuoco lunga trenta metri che si formava iniettando ossigeno, o sostanze simili che ora non ricordo con precisione, all’interno del forno contenente la ghisa».
«Quello, per me, era il vero spettacolo del lavoro. Uno spettacolo infinitamente più bello di qualsiasi altra invenzione fatta passare per arte».
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