architettura

Grattacielo Pirelli, forma e immagine della modernità

Scritto da

Gaia Pettena

Pubblicato il

06/07/2026

Tempo di lettura

5'

Il grattacielo Pirelli, uno degli edifici più iconici e riconoscibili di Milano, è tra le opere che, nel panorama dell’architettura italiana del secondo Novecento, hanno saputo tradurre meglio in forma costruita il concetto di modernità del dopoguerra. Commissionata da Alberto Pirelli come sede direzionale dell’azienda, sorge a ridosso della Stazione Centrale, in un’area dismessa dove si trovava il primo stabilimento industriale della Pirelli, fondato alla fine dell’Ottocento e distrutto dai bombardamenti aerei del 1943. La decisione di collocare il nuovo manufatto sul sedime della vecchia fabbrica assume il chiaro valore simbolico di voler celebrare la memoria produttiva del luogo tramite la sua rifondazione.

Progettato da Gio Ponti, con la collaborazione di Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Valtolina, Egidio Dell’Orto e la consulenza strutturale di Arturo Danusso e Pier Luigi Nervi, l’edificio diviene il manifesto della rinascita produttiva della città e il simbolo della ricostruzione e del miracolo economico in atto nel paese. Il progetto prende avvio a metà degli anni Cinquanta per concludersi nel 1960, con la realizzazione, affidata alle imprese Bonomi, Comolli e Silce, di uno dei grattacieli più alti d’Europa, destinato a diventare un segno fortemente riconoscibile dello skyline milanese.

Ciò che rende il Pirelli un’opera esemplare non è soltanto la sua altezza, quanto piuttosto la qualità del suo disegno. La tipologia a torre è stata deliberatamente scelta perché ritenuta la più adatta a creare un’immagine netta e riconoscibile. Tramite quest’opera, infatti, il progettista realizza il proprio ideale architettonico di forma pura, finita, esatta, espressione di quella “volontà di giungere nelle forme a quella essenzialità, dove nulla è da togliere e nulla da aggiungere”.

In un momento in cui, a livello internazionale, il grattacielo tendeva a risolversi in un volume compatto, seriale, ripetitivo, Ponti elabora qui una figura sottile, affilata, quasi aerodinamica. Il corpo di fabbrica si rastrema verso le estremità, costruendo un profilo che introduce un’idea di leggerezza e tensione capace di ridurre la percezione del blocco e di accentuare la dinamica dell’insieme. Il risultato è un edificio che non appare come una semplice massa elevata in verticale, ma come una forma calibrata, esito di un dialogo serrato tra architettura e struttura, tra immagine e costruzione.

Sul piano strutturale, il Pirelli rappresenta una svolta nell’ingegneria del grattacielo europeo. La costruzione adotta una soluzione in cemento armato con elementi portanti perimetrali e setti irrigidenti, organizzando un sistema capace di rispondere tanto ai carichi verticali quanto alle sollecitazioni orizzontali. La struttura non è nascosta dietro l’involucro, ma partecipa direttamente alla definizione dell’organismo architettonico. La snellezza della sagoma nasce proprio da questa raffinata sintesi tra logica statica e controllo formale: l’ossatura portante consente ampie superfici libere per gli uffici e allo stesso tempo determina la nitidezza del volume.

Nervi e Danusso propongono infatti di utilizzare due coppie di pilastri lamellari, quattro “pilastriparete” ortogonali ai fronti, equidistanti dall’asse centrale, stretti ma profondi 2 metri alla base e rastremati fino a soli 50 cm alla sommità, oltre a quattro “semipunte triangolari” alle due estremità della torre, rivestite a mosaico ceramico. Questi elementi in cemento armato definiscono il disegno dei prospetti secondo un impaginato nel quale il grande slancio verticale è bilanciato dalla scansione orizzontale delle finestre a nastro e dalla sottile copertura.

Il grattacielo Pirelli si distingue nettamente sia dalla monumentalità muraria della tradizione sia dalla neutralità del curtain wall americano. Pur dialogando con il lessico internazionale del moderno, non rinuncia mai a una propria autonomia figurativa. Le facciate non si presentano come una pelle indifferente, ma come un dispositivo di misura e proporzione. La verticalità è costantemente bilanciata da un controllo rigoroso del dettaglio e da una volontà di astrazione che evita ogni enfasi decorativa. Come in molte opere di Ponti, anche qui la leggerezza non coincide con l’effimero, ma con una precisione quasi classica dei rapporti tra le parti.

Dal punto di vista urbano, il Pirelli introduce a Milano un nuovo rapporto tra altezza e città. Con i suoi 127 metri, distribuiti su 31 piani, due dei quali sotterranei, non si impone come oggetto isolato e autosufficiente, ma costruisce una relazione forte con il contesto metropolitano, in particolare con il sistema infrastrutturale della Stazione Centrale e con il processo di trasformazione dell’area circostante. La sua verticalità non nega la città storica, bensì la interpreta attraverso un segno che dichiara il passaggio a una dimensione moderna, produttiva e direzionale. In tal senso il grattacielo diventa non solo sede aziendale, ma anche immagine pubblica di una nuova Milano.

Nel tempo, questa forza simbolica non si è attenuata. Dopo essere stato per due decenni il quartier generale della Pirelli, nel 1978 l’edificio assume una nuova funzione istituzionale, diventando sede degli uffici della Regione Lombardia. Anche eventi traumatici, come l’incidente del 2002, non ne hanno compromesso il valore; al contrario, i successivi interventi di recupero e restauro ne hanno confermato la centralità nel patrimonio dell’architettura moderna italiana.

Ciò che ancora oggi colpisce è la capacità di tenere insieme istanze apparentemente opposte: monumentalità e misura, tecnica e rappresentazione, efficienza e qualità spaziale. Il grattacielo Pirelli è un’opera che affida la propria eccezionalità al controllo del progetto. La sua eleganza nasce da una disciplina compositiva rigorosa, dalla chiarezza strutturale e dalla fiducia che il moderno potesse ancora coincidere con un’idea alta di forma.

Per questo il Pirelli resta una delle immagini più compiute della modernità italiana: non tanto un simbolo generico del boom economico, quanto la prova che architettura e ingegneria, quando lavorano in piena sintonia, possono dare luogo a un organismo capace di essere insieme macchina funzionale, figura urbana e costruzione civile. In quella lama sottile che si staglia accanto alla Stazione Centrale continua a riconoscersi non solo una stagione irripetibile della progettazione italiana, ma anche un’idea di città in cui il nuovo si legittima attraverso la misura e l’intelligenza della forma.

Articoli correlati

  • commento

    Radici e innovazioni per costruire il futuro dell’edilizia

    Leggi articolo

  • architettura

    La Loggia di Ammannati a Villa Giulia: i fondi per il restauro da Ance e Ance Roma – Acer

    Leggi articolo

  • storie di filiera

    Riforma degli appalti pubblici: Il modello Soa diventa un riferimento europeo

    Leggi articolo

  • architettura

    Oltre la spettacolarità: un museo che funziona

    Leggi articolo

  • architettura

    “CityOval Milano”: memoria storica di CityLife

    Leggi articolo

  • architettura

    Il progetto 5square Un intervento virtuoso tra rigenerazione e innovazione

    Leggi articolo

Tag collegati:

Condividi

Resta al passo
grazie ai contenuti di ANCEmag

Iscriviti Ora

Dai visibilità alla tua azienda
Richiedi informazioni

Altri articoli

  • Quando gli interessi di un settore coincidono con quelli collettivi

    incipit

  • Ciucci e la sua squadra: “Mercato, identità e innovazione”

    mondo ance

  • Cambio di passo nel segno dell’identità

    ance la festa