architettura

Oltre la spettacolarità: un museo che funziona

Soglie, innesti e continuità di percorso nel riallestimento del Museo archeologico nazionale di Aquileia

Scritto da

Gaia Pettena

Pubblicato il

31/05/2026

Tempo di lettura

4'

Il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia conserva la collezione di reperti provenienti dagli scavi e dai ritrovamenti effettuati nella città romana a partire dal XVIII secolo. Ma Aquileia è, prima di tutto, un paesaggio culturale stratificato, dove l’archeologia non coincide con l’oggetto esposto e la musealizzazione è, inevitabilmente, anche un’operazione territoriale, capace di mettere in relazione tracce, luoghi e narrazioni.

In questo contesto la sede nella villa ottocentesca Cassis Faraone si presentava come un organismo cresciuto per addizioni successive. Il percorso espositivo risultava disarticolato, frammentato tra edificio storico, galleria lapidaria e magazzini, con collegamenti discontinui che, più che accompagnare, interrompevano l’esperienza di visita.

È da questa condizione che muove la lettura di Gnosis Progetti, individuando un polo di fatto “isolato”, perché la villa era percepita come corpo autonomo rispetto alle altre strutture del complesso. Il progetto comprende restauro, nuovi allestimenti e nuove dotazioni per i servizi al pubblico, ma la scelta più incisiva si caratterizza per la manovra di “ricucitura spaziale” che, attraverso la realizzazione di due nuovi innesti, uno di collegamento tra villa e galleria lapidaria e un prolungamento dei magazzini tramite un nuovo corpo di fabbrica, trasforma un insieme di parti disaggregate in una sequenza continua e omogenea, a sviluppo circolare, “sempre al chiuso” e compatibile con l’abbattimento delle barriere architettoniche.

L’architettura agisce così come infrastruttura di fruizione: invece di puntare su un edificio-icona, interviene sulla struttura d’uso del museo, riorganizzando accessi, percorsi e dispositivi di funzionamento, in modo da rendere l’intero sistema più leggibile e facilmente praticabile.

Questa impostazione coincide anche con le motivazioni della Menzione Speciale ai Premi IN/ARCHITETTURA 2023, che riconosce la «sapiente progettazione di spazi e percorsi», capace di connettere preesistenze e nuovi interventi, generando un «percorso fluido» e, insieme, le condizioni architettoniche per una corretta fruizione e conservazione del patrimonio.

Il riconoscimento rientra nella categoria “nuova costruzione” pur a fronte di un intervento ibrido, in cui restauro e ri-adeguamento del preesistente sono parte integrante della strategia: segno che, oggi, il “nuovo” non coincide necessariamente con un volume che si impone, ma con la capacità di aggiornare un organismo complesso senza alterarne l’impianto.

In un museo archeologico, infatti, la riuscita di un progetto non si misura sulla spettacolarità del “contenitore”, ma sulla capacità di proteggere e rendere intelligibile il contenuto. In questa prospettiva, l’architettura non compete con i reperti, ma mette a punto un apparato di accesso, luce, comfort, orientamento e controllo ambientale: una “macchina discreta” che rende possibile un’esperienza pubblica coerente.

Le due nuove strutture sono state progettate con l’idea di «riprendere e reinterpretare i segni storici» attraverso una texture in muratura che richiama i casolari e i fienili delle campagne venete e friulane, in continuità con l’immaginario locale, utilizzando un lessico riconoscibile e mitigando così il proprio impatto nell’ambiente.

Come nei capannoni rurali, dove il laterizio disegna trame geometriche con interstizi di dimensione variabile per favorire l’aerazione, allo stesso modo i due nuovi volumi adottano una maglia metallica rivestita da mattoni alternati, dichiarando la propria modernità ma allo stesso tempo uniformandosi con il contesto.

Gli interni della nuova galleria di collegamento sono studiati per ottenere spazi ad alta qualità percettiva e prestazionale, in cui comfort illuminotecnico e controllo igrometrico, assunti come requisiti di progetto, restituiscono al visitatore la sensazione di un disegno curato e di una materialità di pregio.

I controsoffitti in cartongesso integrano sistemi di illuminazione lineari a luce diretta e indiretta, mediata da velette laterali; i pavimenti impiegano prodotti altamente resistenti a base di cementi magnesiaci con finiture alla veneziana; le scale e le rampe di collegamento sono rifinite in pietra di Aurisina, in dialogo con i materiali di villa Cassis a cui si collegano.

Ne risulta un ambiente polifunzionale, capace di accogliere estensioni del percorso museale ma anche laboratori, convegni e attività pubbliche. Nel disegno degli spazi, alcune vasche ospitano reperti archeologici, trasformando il collegamento non in un semplice passaggio, ma in un tratto continuo tra villa e gallerie.

Un secondo nodo riguarda lo stato dei magazzini. Gnosis sottolinea che la loro trasformazione non punta ad ottenere un deposito “più ordinato”, ma ad ampliare l’offerta espositiva e a predisporre spazi per eventi temporanei. È una dichiarazione importante perché intercetta una tendenza museografica precisa: il deposito non più come retro invisibile, ma come parte dell’esperienza culturale, luogo di ricerca, cura e restituzione pubblica.

Anche qui l’integrazione con l’esistente è determinante. Il laterizio, utilizzato come seconda pelle sospesa su cavi, si smaterializza progressivamente verso l’alto attraverso tagli verticali e un segno orizzontale sommitale che alleggerisce la copertura. In questo modo il mattone supera la semplice citazione mimetica per diventare dispositivo di controllo percettivo e climatico, dove l’innesto lavora per diaframmi e soglie, più che per massa.

Nel complesso, l’intervento sul Museo di Aquileia affronta un problema reale, la frammentazione, con un’architettura che opera su un registro sottile e misurato di connessioni, rendendo il sistema museale coerente con le esigenze contemporanee di accessibilità, comfort e continuità di visita.

In un luogo dove la storia è già potente, il progetto non alza la voce, ma usa materia e dettaglio come strumenti di mediazione, dichiarando una presenza non invasiva ma necessaria, che migliora la leggibilità del patrimonio e restituisce al percorso un andamento unitario, inclusivo e all’altezza dei contenuti esposti.

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