l’inchiesta: il futuro è in città

Adattamento: così cambieranno i nostri centri urbani

A Milano e Genova il modello di condivisione fra Stato, enti locali e gestori di servizi ha funzionato

Scritto da

Luisa Grion

Pubblicato il

25/12/2025

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4'

Cambia il clima, devono cambiare anche le città. Ridurre le emissioni di gas e decarbonizzare sono obiettivi fondamentali per proteggere l’ambiente e gli uomini dai pericoli legati all’innalzamento delle temperature, ma questi interventi da soli non bastano. I processi sono lenti e la strategia – a partire da Trump – non sempre è condivisa. Se vogliamo evitare o almeno contenere i danni che piogge torrenziali, siccità, innalzamento del livello del mare, frane, calamità che affrontiamo con cadenza ormai regolare possono generare in tempi stretti, dobbiamo agire anche sul territorio, rafforzando i “solai” per evitare che l’impalcatura crolli.

L’emergenza riguarda tutto il pianeta, ma l’Italia per la sua particolare morfologia è in cima alla lista dei Paesi a rischio. A partire proprio dalle città. Da Roma, di cui ricordiamo la corsa del cassonetto dell’immondizia nelle strade del centro trasformate in ruscelli, a Milano, sotto schiaffo per le esondazioni del Lambro e del Seveso, da Genova a Palermo, Napoli, Bari e Agrigento. Tanto più che dagli anni Sessanta ad oggi la quota di territorio costruito è triplicata (dal 2,8 all’8,3 %) in assenza o quasi di piani regolatori e in presenza, invece, di condoni edilizi.

Nella lista degli allarmi c’è quasi la totalità del territorio nazionale visto che secondo l’ultimo rapporto Ispra il 95% dei Comuni italiani può considerarsi a rischio idrogeologico e che solo nel 2024, dati Legambiente, sono stati registrati 351 eventi meteo estremi, in aumento del 485% rispetto al 2015. Del resto la capitale europea della pioggia, contrariamente a quanto si crede, non è Londra, ma Milano, dove le precipitazioni annue sono quasi doppie (1.162 millimetri contro 690) rispetto a quelle della metropoli inglese. E i dati, letti assieme a quelli sulla siccità e sulla dispersione della rete idrica in Sicilia (oltre il 50% di acqua sprecata), mettono in chiaro le complessità e le contraddizioni del caso.

Quindi, per contenere i danni, bisogna intervenire adattando il territorio agli eventi calamitosi e guardando a quello che già stanno facendo altre città europee visto che per progetti realizzati siamo i penultimi in Europa battuti solo dalla Romania. A Barcellona, per esempio, il caso delle esondazioni metropolitane è stato risolto 25 anni fa quando, per far fronte alle continue emergenze, è stato costruito un reticolo sotterraneo di 15 chilometri di gallerie e di 10 serbatoi di raccolta dell’acqua piovana. L’alluvione che nell’ottobre 2024 ha messo in ginocchio Valencia e causato 236 vittime, nella capitale della Catalogna, colpita da pari violenza, ha provocato disagi, ma danni contenuti e zero vittime.

Altro modello cui ispirarsi è Copenaghen, che dopo l’alluvione del 2011 ha fatto propria l’idea della “città spugna” inventata dall’architetto cinese Kongjian Yu: applicare sistemi di drenaggio naturale nei siti urbani per trattenere l’acqua e rallentare il deflusso delle piogge nei fiumi, riducendo così la probabilità di esondazioni e mitigando carenze idriche e isole di calore durante il periodo estivo. Un’idea che la capitale danese ha realizzato mixando infrastrutture verdi – come il Parco Enghave, progettato per rallentare il deflusso dell’acqua – a infrastrutture grigie, come grandi tunnel sotterranei per deviare il deflusso delle acque piovane. Utilizzando, a tale fine, una miriade di interventi impegnativi, anche micro: dighe, invasi, canali artificiali, sistemi di recupero e stoccaggio dell’acqua piovana, ma anche tetti verdi e strade-giardino. Ora non è che l’Italia in tutti questi anni sia rimasta ferma; durante la tre giorni organizzata dall’Ance lo scorso ottobre a Roma (“Città nel futuro 2030-2050”) sono stati messi in fila interventi di contrasto all’emergenza climatica già realizzati o in corso d’opera. Anche Milano, per esempio, sta lavorando al modello della città spugna progettando 90 interventi in 32 Comuni del territorio.

Il piano è finanziato con oltre 50 milioni di euro dal Pnrr. A oggi sono 30 i cantieri conclusi e 19 quelli in corso d’opera, anche se il problema principale, le esondazioni del Seveso e del Lambro, non è ancora stato risolto. Su Genova, oltre 50 vittime a causa delle alluvioni dagli anni Settanta ad oggi, c’è un investimento da un miliardo: la punta di diamante sono i 7 chilometri della galleria scolmatrice del Bisagno che dovrebbe essere portata a termine entro i prossimi due anni. Sugli Appennini si sta costruendo il primo acquedotto antisismico mai realizzato in Italia, un’opera che servirà il territorio delle province di Macerata, Fermo, Ascoli Piceno e Ancona. È il rifacimento dell’acquedotto del Pescara crollato nei terremoti del 2016-2017. Modelli avanzati che andrebbero replicati a livello nazionale e che invece si scontrano con una difficoltà di reperire fondi (secondo il Consiglio nazionale degli ingegneri servirebbero 26 miliardi, dal 2000 ad oggi ne sono stati spesi poco più di 7), superabile almeno in parte attraverso una migliore gestione di quanto già a disposizione , visto che parte del Pnrr non è stato utilizzato. Ma non è solo una questione di soldi e di scelte politiche, conta anche la capacità di mettere in rete dati e risorse.

A Milano e Genova, a detta degli stessi amministratori, il modello di condivisione fra Stato, enti locali e gestori di servizi ha funzionato, ma spesso non è così. Non mancano invece i “cervelli”, molte delle opere realizzate all’estero sono frutto di supertecnici italiani.

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