l’inchiesta: è il tempo giusto
Piano Casa da 15 miliardi: in campo Ue e capitali privati
Le proposte per superare un’emergenza che interessa 1,5 milioni di persone in Italia. Fondamentale il contributo dell'Europa

Scritto da
Luisa Grion
Pubblicato il
19/10/2025
Tempo di lettura
4'

Manca da oltre trent’anni, ormai siamo all’emergenza: in Italia un milione e mezzo di persone hanno bisogno di acquistare o affittare una abitazione e non possono permettersi la spesa o l’investimento necessari. Serve un progetto, ma al di là del famoso “Piano Fanfani” e dei 350 mila alloggi di edilizia popolare costruiti fra il dopoguerra e gli anni Sessanta, gli ultimi finanziamenti strutturali risalgono ai primi anni Novanta. Nel mezzo tante iniziative regionali e una marea d’interventi mai realizzati nella speranza che il libero mercato provveda da sé.
Così non è stato e ora i numeri sono da allarme: oltre 650 mila famiglie sono iscritte nelle graduatorie comunali in attesa di una casa popolare, gli sfratti superano quota 40 mila l’anno, i canoni di locazione sono aumentati del 7,4 per cento negli ultimi dodici mesi e in media assorbono la metà dei redditi famigliari, il 68 per cento degli studenti maggiorenni vive con i genitori contro un tasso europeo del 34 per cento, la spesa pubblica in materia abitativa è ferma allo 0,01 per cento del Pil. Carenza di offerta, necessità di riqualificazione degli immobili, esplosione degli affitti brevi hanno fatto il resto.
L’emergenza è evidente e le cose si stanno muovendo, sia a livello nazionale che europeo, ma nei fatti per il Piano casa la strada è ancora in salita. Il governo Meloni ci sta lavorando da un paio d’anni: a metà giugno il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha presentato alle associazioni di categoria un progetto pilota da 660 milioni, risorse già stanziate ma distribuite su un orizzonte temporale da qui al 2030. Linee strategiche dichiarate: riorganizzazione del sistema di social housing e delle Aziende Casa che gestiscono il patrimonio residenziale pubblico; nuovi modelli di finanziamento basati su un partenariato pubblicoprivato; soluzioni abitative flessibili che prevedano un mix di edilizia sociale e residenziale; monitoraggio delle emergenze coinvolgendo il Terzo settore.
Il Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri), che dovrebbe definire i contenuti e le modalità del progetto, non è mai stato emanato. Era previsto entro lo scorso 30 giugno. Ad agosto, sull’emergenza abitativa è intervenuta anche la premier Meloni parlando al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione e annunciando “un piano casa a prezzi calmierati destinato alle coppie under 36 con redditi fra i 30 e i 60 mila euro che non riescono a mettere su famiglia”. L’idea è di applicare sgravi fiscali per gli affitti e concedere maggiori incentivi ai mutui prima casa; il progetto è tutto da concretizzare ma si prevede che l’esecutivo punti a dare un segnale entro l’anno, tanto più che c’è una campagna elettorale regionale in corso.
Due interventi che non convincono l’opposizione: “Sono annunci, ne abbiamo contati già trenta” commenta Pierfrancesco Majorino, responsabile delle politiche abitative per il Pd. “Nel Paese da decenni manca un disegno strutturato e fra i colpevoli ci metto anche la sinistra, ma questo governo, se possibile, sta facendo peggio degli altri perché taglia risorse a quel poco di buono che c’è, come il Fondo per la morosità incolpevole e il Fondo sostegno affitti. Per un intervento incisivo servono almeno 4 miliardi, un ministero ad hoc che sfrutti i fondi europei e la riqualificazione delle 100 mila case popolari vuote in attesa di manutenzione”.
Che le risorse siano un nodo cruciale è evidente a tutti. La partita va giocata sia a livello europeo che attraverso partnership fra pubblico e privato. Ed è questa l’indicazione che viene dall’Ance, secondo cui si può arrivare a una piattaforma da 15 miliardi recuperando fondi non spesi dal Pnrr e riprogrammando, fra gli altri, le risorse Fesr e Fse e il Fondo sociale per il clima. Serve uno “sforzo corale”, ha detto la presidente Federica Brancaccio.
La proposta dei costruttori prevede un potenziamento del settore privato incentivando politiche abitative che assicurino l’equilibrio economico degli interventi; i Comuni, per esempio, dovrebbero poter trasferire gratuitamente aree pubbliche per progetti destinati ad alloggi accessibili, legando l’assegnazione all’obbligo di destinare gli immobili a categorie sociali specifiche.
Nel frattempo, l’Europa si muove. La Bei ha annunciato un piano da 10 miliardi per il biennio 2025-2026 pur se nella Ue manca ancora una definizione condivisa di alloggio sociale. La Commissione Casa del Parlamento europeo ha messo sul tavolo 15 miliardi da destinare all’ “affordable housing”, ovvero alla necessità di garantire alloggi a prezzi accessibili nelle zone sotto pressione.
Spagna e Belgio si stanno attrezzando: il governo Sanchez ha avviato un mix di 12 interventi che vanno dal raddoppio delle tasse d’acquisto per i cittadini stranieri al trasferimento di 3.300 abitazioni all’azienda pubblica di edilizia residenziale. In Belgio si dà la possibilità di acquistare la casa popolare dopo 7 anni di affitti dimezzati e si incentiva la coabitazione, anche fra studenti e anziani rimasti soli in grandi case vuote.
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