intervista

Tenere insieme territori diversi: confini, città e responsabilità condivise

Le differenze fra le comunità non devono essere percepite come un ostacolo, ma come una risorsa da mettere a sistema

Scritto da

Umberto Mancini

Pubblicato il

31/05/2026

Tempo di lettura

6'

A cinquant’anni dal terremoto del 1976, il Friuli Venezia Giulia continua a interrogarsi su come trasformare la memoria in progetto. Per Ance Alto Adriatico, che riunisce i territori di Trieste, Gorizia e Pordenone, il punto non è sommare identità differenti, ma metterle in relazione dentro una visione comune di sviluppo.

È in questo equilibrio tra specificità locali, rigenerazione urbana, capacità produttiva e coesione territoriale che si gioca oggi una parte importante del futuro regionale.

Presidente Michele Pecchi, lei rappresenta territori con identità e traiettorie differenti. Come si costruisce una visione comune senza annullare le specificità?

Parto da un’immagine che può sembrare lontana, ma che in realtà ci riguarda molto da vicino. Jurij Gagarin disse: «Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere, senza confini». È una frase che colpisce ancora oggi, soprattutto in un tempo in cui i confini tornano spesso a irrigidirsi.

Eppure, per chi vive il Friuli Venezia Giulia, questa non è soltanto un’immagine poetica: è una responsabilità concreta. Una visione comune si costruisce quando le differenze non vengono percepite come un ostacolo, ma come una risorsa da mettere a sistema.

Trieste, Gorizia e Pordenone hanno vocazioni urbane, produttive e culturali diverse; proprio per questo possono essere lette come parti complementari di un unico spazio regionale.

Il Friuli Venezia Giulia conosce bene il peso dei confini, delle fratture e delle appartenenze. Ma conosce anche la capacità di trasformare questi elementi in una forza. In questo senso, le specificità non vanno attenuate: vanno riconosciute, valorizzate e collegate.

È questa la condizione per evitare una lettura competitiva dei territori e costruire invece una traiettoria condivisa di crescita. Anche il percorso di Ance Alto Adriatico nasce da questa logica: unire realtà diverse attorno a servizi, obiettivi e rappresentanza comuni, senza cancellare le identità locali.

L’integrazione tra le associazioni provinciali di Gorizia, Pordenone e Trieste è indicata come uno dei risultati del precedente ciclo associativo, oggi base della rappresentanza attuale. In un territorio compatto, tra mare, pianura e montagna, il valore non sta nell’uniformità, ma nell’interdipendenza.

La manifattura diffusa, la filiera delle costruzioni, i piccoli centri, i poli urbani e le connessioni internazionali funzionano davvero quando vengono letti come parti di uno stesso ecosistema territoriale. Questa è la vera dimensione della visione comune.

Trieste sta vivendo la trasformazione del Porto Vecchio, Gorizia una dimensione transfrontaliera, Pordenone sarà Capitale Italiana della Cultura 2027. Che tipo di evoluzione territoriale sta emergendo?

Sta emergendo un modello territoriale in cui la trasformazione urbana non riguarda solo i singoli interventi, ma il modo in cui le città ridefiniscono il proprio ruolo dentro la Regione.

Trieste è oggi forse il caso più evidente di questo fermento. La città sta attraversando una fase di forte attivazione, in cui rigenerazione urbana, investimenti, funzioni innovative e valorizzazione del patrimonio storico concorrono a produrre una nuova centralità.

In questo quadro, Porto Vecchio–Porto Vivo rappresenta molto più di un progetto di recupero: è una grande operazione di ricucitura urbana e simbolica. L’intervento interessa 66 ettari di waterfront e punta a restituire alla città un’area strategica, rimasta a lungo separata dal tessuto urbano, trasformandola in uno spazio aperto a nuove funzioni culturali, scientifiche, direzionali, turistiche e pubbliche.

Il valore di Porto Vivo sta anche qui: non si limita a riqualificare edifici e spazi, ma riattiva una porzione decisiva dell’identità urbana di Trieste. Il recupero dei magazzini storici, l’apertura del fronte mare, la possibilità di insediare nuove attività e servizi e la connessione con il centro cittadino raccontano una città che non rinnega la propria storia portuale, ma la rilegge in chiave contemporanea.

Per il settore delle costruzioni questo significa misurarsi con una rigenerazione complessa, che unisce qualità progettuale, tutela del patrimonio, sostenibilità e nuove forme dell’abitare e del lavorare.

Gorizia, invece, sta mostrando con particolare chiarezza come il confine possa cambiare significato. Con GO! 2025, Nova Gorica e Gorizia sono la prima Capitale europea della cultura transfrontaliera, presentata ufficialmente come esperienza di “Borderless Culture”.

Il progetto mette al centro una traiettoria di riconciliazione e cooperazione tra due città cresciute a ridosso di una frontiera che per decenni ha separato. In questo caso, il territorio di confine non è più un margine, ma un luogo di connessione, dove cultura, mobilità, spazio pubblico e relazioni economiche diventano strumenti di integrazione.

Pordenone, infine, si colloca dentro questa stessa dinamica con un profilo diverso ma complementare. Il riconoscimento di Capitale Italiana della Cultura 2027, assegnato il 12 marzo 2025, segnala la capacità della città di proporsi come piattaforma di sviluppo culturale, urbano e sociale.

Se osservate insieme, queste tre traiettorie mostrano una Regione che non cresce per poli isolati, ma per complementarità: Trieste come porta internazionale e laboratorio di rigenerazione, Gorizia come spazio europeo di connessione, Pordenone come leva di innovazione culturale e territoriale.

Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027 può diventare una leva capace di generare trasformazioni fisiche, economiche e sociali? Quali opportunità può aprire per il settore delle costruzioni?

Sì, a condizione che il titolo venga interpretato non come un evento puntuale, ma come un dispositivo di trasformazione di medio periodo. Una Capitale Italiana della Cultura può accelerare investimenti, attivare progettualità, rafforzare l’attrattività e produrre una nuova attenzione verso la qualità urbana.

Ma il suo impatto reale dipende dalla capacità di lasciare un’eredità concreta: spazi pubblici più curati, patrimonio recuperato, connessioni migliorate, servizi più accessibili, nuove occasioni di partecipazione e di sviluppo economico.

Per il settore delle costruzioni questo apre un terreno molto rilevante. Non solo per l’attivazione di cantieri, ma perché rafforza una domanda di rigenerazione urbana più evoluta: recupero dell’esistente, efficientamento, adattamento funzionale degli immobili, valorizzazione del patrimonio, qualità architettonica, manutenzione e trasformazione dello spazio pubblico.

È in questo tipo di processi che la filiera delle costruzioni può offrire il contributo più duraturo.

Pordenone può inoltre rappresentare un caso particolarmente interessante perché mostra come una città di dimensione intermedia possa generare cambiamento senza perdere equilibrio, misura e relazione con il territorio circostante. Il riconoscimento ministeriale formalizza questo ruolo e la inserisce in un percorso nazionale di visibilità e progettazione.

La sfida più importante resta però quella di sistema: evitare che la crescita di alcuni poli produca nuove distanze rispetto ai centri minori. Il rilancio delle città deve rafforzare anche il territorio diffuso, le aree produttive, i piccoli comuni, la qualità dell’abitare e dei servizi.

In una Regione come il Friuli Venezia Giulia, mantenere vive le realtà locali non è un costo da comprimere, ma una condizione di equilibrio economico e sociale.

In questa prospettiva, Pordenone 2027, GO! 2025 e la trasformazione che sta interessando Trieste compongono un racconto unitario, fatto di linguaggi diversi ma orientato nella stessa direzione.

Sono segni concreti di una Regione che non si limita a custodire la propria memoria, ma la assume come fondamento per costruire nuove forme di sviluppo, di coesione e di qualità urbana. Cultura, rigenerazione, infrastrutture, apertura internazionale e radicamento territoriale non appaiono così come ambiti separati, ma come parti di una stessa visione, chiamata a dare continuità tra il patrimonio di ieri e le responsabilità di oggi.

È in questa capacità di tenere insieme differenze, vocazioni e prospettive che il Friuli Venezia Giulia mostra la sua forza più autentica: non quella di un territorio immobile nella celebrazione di sé, ma quella di una comunità che continua a trasformarsi, riconoscendo nel progetto condiviso la forma più concreta del proprio futuro.

Intervista al presidente di Ance Alto Adriatico, Michele Pecchi

Articoli correlati

  • interviste

    Le videointerviste per lo Speciale Ance 80

    Leggi articolo

  • intervista

    La grande stagione delle riforme non è ancora finita

    Leggi articolo

  • il grandangolo

    Nei miei scatti tutta la bellezza dello spettacolo del lavoro

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Intervista a Nello Musumeci – “L’Italia Paese fragile: prioritario completare i cantieri già partiti”

    Leggi articolo

  • profili

    Intervista a Massimiliano Fedriga

    Leggi articolo

  • intervista

    Quando una comunità è costretta a ricostruirsi

    Leggi articolo

Tag collegati:

Condividi

Resta al passo
grazie ai contenuti di ANCEmag

Iscriviti Ora

Dai visibilità alla tua azienda
Richiedi informazioni

Altri articoli

  • Il costo delle calamità: 358 miliardi in 80 anni

    l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

  • Dissesto idrogeologico: un piano strutturale di manutenzione per il territorio

    l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

  • Intervista a Nello Musumeci – “L’Italia Paese fragile: prioritario completare i cantieri già partiti”

    l’inchiesta: prevenire è meglio che curare