intervista
Intervista a Gaetano Manfredi: L’emergenza casa priorità sociale Riqualifichiamo i grandi centri
presidente Anci e sindaco di Napoli

Scritto da
Adriano Baffelli
Pubblicato il
19/10/2025
Tempo di lettura
11'

La storia di Anci, l’Associazione dei Comuni italiani, attualmente presieduta da Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, è ultrasecolare e ricorda quanto rilevante sia per noi, abitanti dello Stivale, il legame con la municipalità. Con il nostro territorio e il nostro Paese. A maggior ragione se di piccole dimensioni, come lo sono la gran parte dei 7.896 (dato aggiornato al 31 dicembre 2024) Comuni. Una storia connessa con quella dell’Italia, Nazione giovane, come sappiamo. Gli ultimi dati ufficiali dicono che sono 7.134 i Comuni aderenti all’Anci, rappresentativi del 94,7% della popolazione, numeri che testimoniano il solido radicamento dei municipi e della loro associazione nel tessuto sociale, geografico e culturale italiano. In tutto questo tempo, e con questa straordinaria quantità di interlocutori, l’Anci ha lavorato con passione e continuità al servizio delle istituzioni e al fianco di chi giorno dopo giorno è impegnato a favorire sviluppo e competitività dei territori. I vertici dell’Anci sono convinti che lungo questo percorso l’Associazione abbia saputo interpretare – qualche volta anticipandoli – i mutamenti socio-economici, politici e culturali che hanno contribuito all’innovazione del mondo delle Autonomie locali, sempre accompagnata dalla consapevolezza che rappresentare i Comuni significa farsi carico di necessità e istanze dei cittadini stessi. Si tratta di un cammino, tuttora in pieno svolgimento, lungo il quale l’Anci si è man mano guadagnata l’autorevolezza che ne fa oggi l’unica controparte delle istituzioni sui temi di interesse dei Comuni, e che fa sì che sindaci, assessori, consiglieri e tutte le figure attive in ogni municipalità guardino all’Associazione come a una rete che accomuna migliaia di realtà, ciascuna con pieno diritto di cittadinanza, grazie alla quale esprimere la propria voce con forza moltiplicata. Un ruolo, e più ancora un modo di interpretarlo, che nel 2004 ha portato all’Anci la medaglia d’oro al merito civile da parte del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. “Per lo spirito di dedizione ai valori del complesso dei Comuni italiani” si legge nella motivazione, ed è come leggere un grazie per aver custodito, valorizzato e promosso un patrimonio, le città, di tradizione e cultura, identità e capacità di innovare che rende vivo e vitale il Paese.
Presidente Manfredi, intervenendo all’Assemblea 2025 dell’Ance ha sottolineato come l’emergenza abitativa sia oggi la vera priorità sociale. Come se ne esce?
L’emergenza abitativa è, senza dubbio, una delle principali priorità sociali attuali, e Comuni e Anci sono in prima linea per affrontarla. Chiediamo per questo una legge cornice che semplifichi le procedure e che dia certezze. Se vogliamo superare questa grande emergenza, è essenziale un impegno comune e una visione strategica che si articola su più fronti, partendo innanzitutto da politiche nazionali strutturali e continuative sul tema casa, allo stato carenti o inefficaci. È fondamentale che i Comuni siano dotati di strumenti concreti per gestire le politiche abitative, tenendo conto che oggi anche il ceto medio ha difficoltà a trovare una casa, da comprare o da affittare. Occorre quindi agire con politiche integrate e azioni calibrate sulle specificità territoriali, che guardino alle diverse esigenze dei cittadini, dalle persone più fragili agli studenti, dagli affitti brevi al comparto turistico. Un’altra via d’uscita passa attraverso investimenti significativi nell’abitare sociale e nella rigenerazione urbana, vitali non solo per riqualificare i territori e migliorare l’attrattività delle città, ma anche per creare nuove opportunità di lavoro, innescando un circolo virtuoso di sviluppo. E inoltre ripensare i modelli abitativi in chiave innovativa, superando il tradizionale dualismo tra edilizia pubblica e edilizia privata, e valorizzare il patrimonio pubblico, recuperando beni da destinare alle politiche sociali dell’abitare, trasformandoli in risorse concrete per chi ne ha più bisogno.
Quando parla di rigenerazione urbana, non solo fisica ma anche sociale, a cosa si riferisce con precisione?
Quando parliamo di rigenerazione urbana, è facile pensare subito a cantieri e nuovi edifici. In realtà, il concetto va molto oltre la semplice riqualificazione fisica, abbracciando una trasformazione profonda del tessuto economico, sociale e culturale delle nostre comunità. Non si tratta solo di rendere un luogo più “bello” esteticamente, ma di farlo diventare uno spazio vivo e funzionale, dove le persone possano sentirsi parte attiva. L’obiettivo è trasformare aree abbandonate o in declino in veri e propri centri di aggregazione, superando l’idea che la bellezza sia sufficiente senza la capacità di rendere i luoghi utilizzabili e significativi per chi li vive. Il fulcro di questa visione è quindi il coinvolgimento attivo degli abitanti. La rigenerazione è per sua natura partecipativa: coinvolgere le persone fin dalle prime fasi di progettazione permette di costruire soluzioni che rispecchino i loro reali bisogni e desideri. Parto dalla mia città. Un esempio emblematico è quello delle Vele di Scampia a Napoli, con progetti come “Vela Celeste: Reimagining Home” e “ReStart Scampia”. Qui, la co-progettazione e l’uso di tecnologie innovative, come l’intelligenza artificiale generativa, hanno permesso di raccogliere i “sogni” e le aspettative degli abitanti, trasformando visioni comuni in realtà concrete. Questo approccio dimostra come la rigenerazione debba migliorare non solo l’edilizia, ma soprattutto costruire nuovi luoghi di aggregazione e comunità. Non si tratta solo di nuovi alloggi, ma anche della creazione di spazi di quartiere come complessi scolastici, centri civici, orti sociali e parchi pubblici, come testimoniato dall’esempio di Taverna del Ferro a San Giovanni a Teduccio, sempre a Napoli, dove oltre alla demolizione e ricostruzione di alloggi, sono previste piazze, aree gioco, aree verdi e orti sociali. A dimostrazione del fatto che la rigenerazione urbana è tale quando punta a migliorare l’intero ecosistema urbano, mettendo al centro le persone e la loro qualità della vita.
Ritiene sia possibile semplificare gli iter per la pianificazione urbana senza sminuirne il valore e, soprattutto, il risultato finale?
Penso che la semplificazione non significhi un taglio alla qualità o alla partecipazione, ma piuttosto un’ottimizzazione dei tempi e delle risorse, a beneficio di tutti, per la quale serve sicuramente cooperazione anche tra gli attori. Coinvolgere i cittadini e gli stakeholder fin dalle prime fasi di pianificazione, magari attraverso l’uso di tecnologie innovative come l’intelligenza artificiale generativa, può anticipare le criticità e ottenere un consenso più ampio. Questo, di fatto, accelera i processi decisionali e rende la pianificazione più efficace e accettata dai cittadini. Il nostro obiettivo è superare le logiche campanilistiche in favore di una visione sistemica del territorio, per arrivare a progetti più ampi e coordinati, evitando sovrapposizioni e ritardi inutili.
Quale tipo di città ci attende nel futuro a breve e medio periodo?
Il futuro prossimo ci prospetta una città in costante costruzione e ricostruzione, d’altronde le esigenze e le richieste dei cittadini ce lo impongono. La città che vorremmo, in un futuro non molto lontano, è quella che può definirsi bella, ma allo stesso tempo vivibile, sostenibile e inclusiva. Una idea di città intrinsecamente legata alla sua capacità di trasformare luoghi in spazi vivi e funzionali, dove le persone si sentano parte attiva e vitale della comunità; partecipativa, in cui il coinvolgimento attivo degli abitanti diventerà un elemento imprescindibile per costruire soluzioni che riflettano autenticamente i loro bisogni e desideri. La co-progettazione e l’impiego delle nuove tecnologie saranno strumenti essenziali per questo scopo, per migliorare concretamente la qualità dell’abitare, dando vita a soluzioni abitative dignitose e adatte alle diverse esigenze, edifici a basso consumo energetico, pratiche di risparmio idrico, la prossimità dei servizi essenziali e una mobilità dolce che privilegia il trasporto sostenibile. Quello che definiamo “a misura di cittadino”, che pone al centro le esigenze e le aspirazioni delle persone, costruita attraverso uno sforzo collettivo.
Molti piccoli Comuni soffrono di spopolamento e abbandono del patrimonio edilizio. Quali politiche servirebbero per invertire questa tendenza?
Lo spopolamento e l’abbandono del patrimonio edilizio nei piccoli Comuni rappresentano una sfida complessa, per la quale valgono le stesse logiche delle politiche di rigenerazione urbana che ho già descritto. A mio avviso, le strategie per invertire questa tendenza dovrebbero basarsi anche in questo caso su una serie di interventi mirati che trascendano il mero recupero fisico. In primo luogo, è fondamentale applicare i principi di rigenerazione urbana profonda anche ai piccoli Comuni, innescando una rigenerazione non solo economica e sociale, ma anche culturale. Questo significa non limitarsi a recuperare gli edifici abbandonati, ma rivitalizzare l’intero tessuto sociale e le attività economiche locali. Le politiche devono essere “sartoriali” e rispettose delle identità locali, creando modelli esportabili che colmino i ritardi e migliorino la qualità dell’abitare, senza stravolgere il carattere dei piccoli centri.
I Comuni si sono distinti nel raccogliere la sfida del Pnrr. Come fare tesoro di questa stagione per guardare al futuro?
Il Pnrr ha rappresentato una stagione di grande impegno e innovazione per i Comuni, che si sono distinti nel cogliere questa sfida. Poter affermare che il 92% dell’insieme dei progetti in gestione ai Comuni risulta in fase conclusiva o in corso di attuazione è un risultato eccellente. Quel che dobbiamo recuperare da questa esperienza è stata la capacità di riuscire a realizzare una programmazione ambiziosa e congiunta, spingendo molti Comuni a presentare progetti in partenariato. È quello che in sintesi possiamo definire come visione sistemica del territorio, che deve diventare una prassi consolidata, non una soluzione emergenziale. Il ruolo dell’Anci è stato determinante nel rafforzare la “capacità di fare rete” tra i Comuni, attraverso linee guida, workshop e piattaforme di scambio. Questa cooperazione intercomunale deve essere ulteriormente rafforzata e diffusa, permettendo la condivisione di buone pratiche e l’ottimizzazione delle risorse. È poi essenziale che i progetti di successo realizzati con il Pnrr diventino modelli esportabili, capaci di colmare i ritardi del passato e migliorare la qualità dell’abitare in altre realtà italiane, adattandosi alle specificità locali. Un altro aspetto fondamentale è stato mantenere la centralità delle esigenze delle persone. La lezione del Pnrr deve consolidare l’idea che i cittadini siano interlocutori essenziali in qualsiasi progetto di riqualificazione del loro territorio. La collaborazione non deve limitarsi alle istituzioni, ma estendersi a privati, enti del terzo settore e alla società civile, formando un “fronte comune” per il bene di comunità e territori.
Il diritto alla casa è ancora oggi una questione aperta, specialmente per giovani, famiglie e fasce fragili. I Comuni hanno gli strumenti per rispondere?
Il diritto alla casa, come già sottolineato, è indubbiamente una questione ancora aperta, in particolare per giovani, famiglie e fasce fragili. I Comuni sono storicamente impegnati nella realizzazione e riqualificazione di alloggi sociali, un compito che spesso ricade principalmente su di loro e sulle Regioni. Cerchiamo di affrontare necessità di politiche integrate e azioni su più livelli, ma senza un piano casa nazionale sarà difficile offrire risposte concrete al diritto alla casa. La nostra proattività e capacità di innovazione non sono sufficienti.
Come si può ripensare l’abitare oggi, alla luce dei cambiamenti sociali e delle nuove esigenze post-pandemia: lavoro da remoto, servizi di prossimità, spazi comuni?
Ripensare l’abitare oggi significa andare ben oltre il concetto tradizionale di un semplice “tetto”. Alla luce dei profondi cambiamenti sociali e delle nuove esigenze emerse, in particolare nel post-pandemia, la casa deve trasformarsi in un ambiente dinamico e multifunzionale, capace di adattarsi a stili di vita più flessibili, connessi e sostenibili. Il lavoro da remoto, ad esempio, ha ridefinito radicalmente la relazione tra casa e ufficio. L’abitazione è diventata spesso una vera e propria postazione lavorativa. Questo richiede spazi più flessibili e modulabili, in cui una stanza possa fungere da ufficio di giorno e da camera da letto di notte, o dove aree comuni siano attrezzate per il co-working. È fondamentale garantire una connettività Internet affidabile e soluzioni che favoriscano la concentrazione e il benessere anche in un contesto domestico. Contemporaneamente, la pandemia ha amplificato l’importanza dei servizi di prossimità. La possibilità di raggiungere a piedi o in bicicletta negozi, parchi, scuole, centri civici e servizi sanitari non è più un lusso, ma una necessità. Le città e i Comuni dovranno investire nella creazione di “città dei 15 minuti”, dove l’accesso ai servizi essenziali sia garantito, riducendo la dipendenza dall’auto e migliorando la qualità della vita quotidiana. Questo non solo rende la vita più comoda, ma contribuisce anche alla sostenibilità ambientale. Abbiamo recuperato l’importanza di dare valore agli spazi comuni. La casa non può essere un’isola, modelli come il co-housing, il social housing e i condomini solidali diventano ancor più rilevanti. Queste soluzioni offrono spazi privati dignitosi, affiancati da aree condivise per il lavoro, il relax, lo svago e l’incontro. Ripensare l’abitare significa in sostanza progettare e costruire ambienti che non solo rispondano ai bisogni primari, ma che abbraccino soluzioni “ibride” che mettano al centro le relazioni umane e promuovano la sostenibilità sociale, ambientale ed economica, in grado di evolvere con le esigenze delle persone.
Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli dal 2021, il 20 novembre 2024 è stato eletto all’unanimità presidente dell’Anci. Ingegnere e dottore di ricerca in Ingegneria delle Strutture, è professore ordinario di Tecnica delle Costruzioni presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Da gennaio 2020 a febbraio 2021 ha ricoperto la carica di Ministro dell’Università e della Ricerca. In precedenza, è stato Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. È stato membro del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e della Commissione Grandi rischi presso il ministero delle Infrastrutture, nonché Consigliere del ministro per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica amministrazione dal 2006 al 2008. Autore o curatore di numerosi libri e di oltre 400 pubblicazioni scientifiche, Manfredi ha condotto numerosi studi e ricerche principalmente nel campo dell’ingegneria sismica e delle strutture e dei materiali innovativi, coordinato numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali ed è stato attivamente coinvolto in prestigiose associazioni scientifiche e di normazione nazionali e internazionali.
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