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L’edilizia europea alla prova della rivoluzione green

Gli strumenti da utilizzare per aiutate le imprese a gestire la transizione verde

Scritto da

Roberto Giovannini

Pubblicato il

19/10/2025

Tempo di lettura

4'

Occorre procedere con determinazione ma senza strappi per dare alle aziende il tempo e il supporto necessari per adeguarsi alle nuove regole

I fondi di Bruxelles dal Recovery Fund a quelli destinati alle politiche di Coesione sono decisivi per trasformare il cambiamento in una opportunità

Nel cuore della rivoluzione verde, l’edilizia europea sta vivendo una trasformazione senza precedenti. Sta ridisegnando il modo in cui costruiamo, viviamo e pensiamo gli spazi urbani. È una rivoluzione silenziosa ma dirompente, che coinvolge chi costruisce, ristruttura o produce materiali per ridurre le emissioni, migliorare l’efficienza energetica e rendere gli edifici più resilienti agli impatti climatici. Un cambiamento che investe l’intera filiera, dai progettisti ai fornitori. Del resto l’edilizia è responsabile di circa il 50% della produzione di rifiuti speciali e dell’estrazione di materiali vergini in Europa, e il patrimonio edilizio vale oltre un terzo delle emissioni europee di gas serra. Una rivoluzione che, con qualche mugugno comprensibile, sia i cittadini che il sistema industriale e produttivo sostengono, e cui le imprese del settore delle costruzioni si stanno adattando, con tutte le sofferenze del caso.

In alcuni casi, quasi travolte da un’onda di provvedimenti, direttive, innovazioni legislative e normative, vincoli e obiettivi da centrare che mettono a dura prova la loro capacità operativa. E che in alcuni casi – come le aziende più piccole, che costituiscono il grosso del comparto – rappresentano un macigno quasi insuperabile. Rivediamo sinteticamente alcune di queste novità.

Il tassello principale è la revisione della Epbd (Energy Performance of Buildings Directive), pubblicata nella primavera 2024, che ogni Stato membro dovrà recepire nei prossimi due anni. La direttiva introduce standard minimi di prestazione energetica: gli edifici con le performance peggiori dovranno essere gradualmente ristrutturati, secondo traiettorie stabilite a livello nazionale. Gli Stati devono presentare Piani nazionali di ristrutturazione edilizia, con obiettivi e scadenze, per arrivare a uno stock immobiliare a emissioni quasi zero entro il 2050. A farne le spese saranno gli impianti di riscaldamento a combustibili fossili: dal 2025 non riceveranno più incentivi pubblici e la loro eliminazione è prevista entro il 2040. Un segnale chiaro in favore delle pompe di calore, dei sistemi ibridi e del teleriscaldamento rinnovabile.

La direttiva si inserisce nella Renovation Wave, la strategia Ue per raddoppiare il ritmo delle ristrutturazioni energetiche entro il 2030. La Commissione stima che milioni di edifici in Europa abbiano bisogno di interventi: un’opportunità enorme per l’industria delle costruzioni, ma anche una sfida per formare manodopera qualificata e accedere a materiali a basso impatto.

Un altro tassello cruciale è la revisione del Regolamento sui prodotti da costruzione (Cpr), adottata nel 2024. Il nuovo testo impone criteri di sostenibilità più stringenti e introduce i passaporti digitali dei prodotti, che conterranno informazioni ambientali e di tracciabilità. I produttori dovranno dichiarare l’impronta di carbonio dei materiali lungo tutto il ciclo di vita: dalla produzione al fine vita. Per l’industria significa maggiori obblighi burocratici, ma anche la possibilità di differenziarsi con prodotti innovativi e a basso impatto. I grandi cantieri pubblici, vincolati a criteri ambientali, spingeranno ulteriormente in questa direzione.

Non si parla solo di ridurre consumi ed emissioni. L’Ue insiste anche sul fronte dell’adattamento climatico: edifici più resistenti a ondate di calore, alluvioni ed eventi estremi. Le linee guida europee incoraggiano l’uso di materiali e soluzioni progettuali che migliorino la ventilazione naturale, la protezione dall’acqua e la resistenza delle strutture. Anche in questo caso, le imprese che sapranno integrare queste soluzioni saranno avvantaggiate in un mercato che cambia.

Le nuove norme rappresentano una svolta per il comparto edilizio. Da un lato, aprono spazi di mercato per chi investe in tecnologie green, materiali sostenibili e ristrutturazioni profonde. Dall’altro, pongono sfide immense. Perché le aziende dovranno costruire competenze su efficienza energetica e resilienza climatica, imparare a gestire la transizione degli impianti verso soluzioni rinnovabili, e adattarsi (anche organizzativamente) ai nuovi obblighi di tracciabilità digitale per i prodotti da costruzione.

Il rischio, come avverte l’Ance, è che le piccole e medie imprese fatichino ad affrontare costi e burocrazia. Gli strumenti per gestire questa transizione ci sono. Dalle nuove tecnologie per il riciclo dei materiali alle piattaforme di misurazione dell’impronta carbonica, dal rating Esg ai sistemi di gestione ambientale. La chiave è procedere con determinazione ma senza strappi, garantendo alle imprese il tempo e il supporto necessari per adeguarsi.

Per questo i fondi europei — dal Recovery Fund ai programmi di coesione — saranno decisivi per far sì che questa inevitabile rivoluzione possa essere un’opportunità di rilancio o se il settore finirà schiacciato dal peso delle nuove regole.

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