l’inchiesta: è il tempo giusto

Conti pubblici, l’autunno ci obbliga alla prudenza

L'analisi

Scritto da

Dino Pesole

Pubblicato il

19/10/2025

Tempo di lettura

3'

Che autunno ci aspetta tra le conseguenze sulla nostra economia dei dazi di Donald Trump, le due guerre in corso e la frenata del Pil che coinvolge l’intera eurozona, Germania in testa, mentre la Francia deve far fronte alla miscela esplosiva di instabilità politica e finanze pubbliche in dissesto? Il problema per noi si concentra per gran parte sulla bassa crescita. Lo ha certificato l’Istat con il -0,1% registrato nel secondo trimestre dell’anno, e una crescita acquisita per l’intero 2025 che si aggira attorno allo 0,5%. Nubi si addensano anche nel 2026, quando sarà arduo mettere a segno quel pur modesto 0,8% previsto dagli ultimi documenti programmatici del Governo. Del resto la spinta del Pnrr sul Pil non sembra aver avuto finora gli effetti sperati ed è se mai servita a evitare che la crescita si avvicinasse pericolosamente allo zero (a fine maggio risultano effettivamente spesi 74,3 miliardi sul totale di 194,4 miliardi assegnati al nostro Paese). Di contro possiamo vantare una condizione di confermata stabilità sul fronte dei conti pubblici, come mostrano l’andamento dello spread che viaggia tra gli 80 e i 90 punti base e il gettito delle entrate tributarie che ha messo a segno un incremento di 8,4 miliardi nei primi sette mesi dell’anno rispetto al 2024. L’aggiornamento del quadro macroeconomico e delle variabili di finanza pubblica è atteso a breve con il nuovo documento programmatico di finanza pubblica, che ha preso il posto della vecchia NaDef. Poi nella seconda metà di ottobre sarà la volta della legge di Bilancio vera e propria. Se effettivamente verrà certificato un deficit al 3% del Pil o poco al di sotto, sarà possibile uscire dalla procedura di infrazione aperta da Bruxelles per disavanzo eccessivo con un anno di anticipo rispetto all’attuale tabella di marcia. Non per questo il compito che attende il Governo con la prossima legge di Bilancio si annuncia meno complesso. Il menu della manovra è in via di composizione, e si moltiplicano le richieste da parte della maggioranza che sostiene il Governo, dal taglio dell’aliquota Irpef per i redditi fino a 60mila euro che passerebbe dal 35 al 33%, alla nuova rottamazione delle cartelle esattoriali, per finire con il dossier pensioni, la possibile stabilizzazione di misure finanziate solo per un anno come l’Ires premiale, le rituali “spese indifferibili” e i vari bonus da rinnovare. Difficile sfuggire alla “tentazione” di utilizzare in tutto o in parte sia il maggior gettito proveniente dalle entrate tributarie sia il risparmio sul versante della spesa per interessi (già quantificato in 2,4 miliardi per l’anno in corso) per finanziare gli interventi in agenda. Al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti spetta il compito di tenere la barra dritta a difesa dei saldi di finanza pubblica. Del resto, le nuove regole di bilancio europee che hanno posto al centro il parametro della spesa primaria netta rendono pressoché obbligato convogliare queste due risorse aggiuntive alla riduzione del deficit. Certamente l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione potrebbe agevolare alcuni margini di flessibilità, a partire dall’attivazione della clausola nazionale per scorporare dal calcolo del deficit fino all’1,5% del Pil le spese dirette alla difesa e alla sicurezza. Un percorso che si affiancherebbe alla “manifestazione di interesse” inviata dal Governo a Bruxelles sul fondo “Safe” per l’industria della difesa che libererà fino a 14 miliardi, sotto forma di prestiti rimborsabili in 45 anni con interessi inferiori a quelli applicati all’emissione di Btp. Sull’intero scenario pesa il debito pubblico. La frenata del Pil renderà necessario aggiornare la tabella di marcia che vede al momento il debito attestarsi al 136,6% quest’anno, 137,6% il prossimo e 137,4% nel 2027, ma con il Pil allo 0,6% quest’anno e allo 0,8% nei due anni successivi. La persistente situazione di grave incertezza che domina lo scenario internazionale non può dunque che obbligare il Governo alla massima prudenza.

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