l’inchiesta: è il tempo giusto

Dopo-Pnrr, essenziale il fattore tempo Agire subito per evitare lo stallo

Puntare a un utilizzo concreto del Partenariato Pubblico-Privato grazie anche al nuovo Codice degli Appalti

Scritto da

Ercole Incalza

Pubblicato il

19/10/2025

Tempo di lettura

8'

La Presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili Federica Brancaccio ultimamente ha dichiarato: “Il decennio 2010 – 2020 è stato quello della grande crisi, per noi una fatica immensa, poi l’edilizia è ripartita. Con il Superbonus prima e con il Pnrr poi. Ci mancavano operai e tecnici, ci rubavano i lavoratori: ma negli ultimi anni abbiamo formato operai, tecnici e assunto giovani. Il rischio è di perdere tutto questo con la fine del Pnrr; i cantieri stanno per concludersi, ora però serve una visione, misure in prospettiva per non perdere quanto fatto finora, soprattutto in questo momento di grande incertezza. Ebbene il momento critico è anche un’opportunità, ma bisogna muoversi, temiamo lo stallo e per questo lanciamo l’idea di un Pnrr sulla emergenza abitativa e sulla rigenerazione urbana”. In fondo la Presidente Brancaccio ha ribadito, ancora una volta, che il vero problema oggi è il dopo Pnrr, cioè la vera emergenza è quella legata alla conoscenza di un atto programmatico del Governo sul quale debba esserci la nuova articolazione in grado di assicurare, nel breve e medio periodo, un quadro di certezze sia programmatiche che finanziarie.

Senza dubbio il vero problema nei prossimi mesi, sarà come salvare i 130 miliardi di euro del Pnrr relativi a interventi che non saremo in grado di utilizzare entro il 30 giugno del 2026. Poche settimane fa la sintesi della relazione del Ministro Tommaso Foti portava ai seguenti due dati: “Pagamenti Pnrr per 64 miliardi ne restano 130 miliardi”. Se confrontiamo tale dato con il mio quadro previsionale, prodotto nell’autunno del 2022, troviamo una conferma dettagliata proprio con l’ultimo stato di avanzamento prodotto dal Ministro Foti.

Aver previsto dettagliatamente questi risultati non lo ritengo affatto un mio merito, infatti, era un convincimento facilmente difendibile perché, come ho ribadito più volte, l’intero impianto programmatico, prodotto dal Governo Conte e dal Governo Draghi, non conteneva: una governance unica, non conteneva elaborati progettuali supportati da misurabili processi autorizzativi, non conteneva cronoprogrammi che in partenza assicurassero il completamento delle opere entro il 30 giugno 2026. Per cui è stato davvero facile poter quantificare, analizzando i singoli comparti, una concreta attivazione della spesa al 30 giugno 2026, ripeto, non superiore ai 90 miliardi di euro.

Ebbene, il volano di risorse pari a 191,5 miliardi di euro (68,9 miliardi di euro a fondo perduto e 122,6 finanziati tramite prestiti) a cui si aggiunge l’importo di 30,6 miliardi attraverso il Fondo complementare e che su preciso indirizzo della Unione Europea deve rispettare le stesse logiche e le stesse scadenze del Pnrr, vede un residuo di risorse non spese pari a: 225 – 90 = 135 miliardi di euro.

Per l’ennesima volta cerco di prospettare una ipotesi di lavoro così articolata: · Si chieda subito alla Unione Europea di aprire un confronto diretto in cui il nostro Paese ammette la impossibilità di rispettare la scadenza dell’intero impianto programmatico. · Si trasformino le risorse a fondo perduto, pari a circa 28 miliardi non spendibili dei 68,9 miliardi autorizzati, in prestito con un tasso di interesse da definire. · Si aumentino i tassi dei 52 miliardi di euro dei 122,6 autorizzati inizialmente, mentre si mantengano inalterati i tassi dei 20 miliardi dei 30,6 miliardi del Fondo complementare. · Si fissi come scadenza definitiva di tutta l’operazione il 30 giugno del 2028.

Insisto nel difendere questa ipotesi di lavoro perché temo che ogni ipotesi alternativa si configuri come un imperdonabile fallimento, un fallimento che peserebbe moltissimo nel bilancio conclusivo dell’attuale Legislatura. Infatti ho letto attentamente le possibili opere che potranno essere inserite nel Pnrr in modo da rispettare la scadenza del 30.6.2026 e posso confermare che non sarà possibile raggiungere un simile obiettivo. Ho anche cercato di capire come si possa dare copertura alle opere stralciate dal Pnrr e supportate quindi da risorse del bilancio pubblico e mi sono convinto che tali coperture potranno essere garantite solo a partire dal 2028 o addirittura dal 2030, cioè dopo quasi quattro anni dalla fine dell’attuale Legislatura.

Voglio però, su quanto fatto nell’ultimo triennio per l’attuazione del Pnrr, fare una considerazione: con l’eredità lasciata dai Governi Conte 1, Conte 2 e Draghi è stato davvero un miracolo spendere, in questi anni di Governo Meloni, 90 miliardi di euro; bisogna evitare ora di commettere un errore strategico disegnando un irrealizzabile Pnrr-2. Per questo ritengo utile tenere conto di quanto detto pochi giorni fa dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti; il Ministro in un’intervista ricordava che era cominciato con anticipo quello che io chiamo il “pellegrinaggio autunnale” dei vari Ministri in cerca di risorse da inserire nella redigenda Legge di Stabilità 2026 e il Ministro Giorgetti precisava che non sarebbe stato facile assicurare adeguate risorse se si tiene conto della serie di spese sostenute e, soprattutto, della serie di vincoli obbligati imposti dalla Unione Europea.

D’altra parte se esaminiamo il primo semestre 2025 scopriamo che il Ministro Giorgetti ha ricevuto gli apprezzamenti a livello internazionale per la corretta gestione della spesa pubblica e per il corretto rispetto dei vincoli imposti proprio dalla Unione Europea. Questa linea strategica sicuramente sarà seguita anche nel prossimo anno perché Giorgetti è convinto che il contenimento del debito pubblico rappresenti il risultato più apprezzabile dell’attuale esperienza di Governo. Ma questa obbligata constatazione non può non tener conto di quello che definisco un incredibile paradosso e cioè quello di non poter usare 130 miliardi di euro proprio in un momento di corretta scelta nella gestione della spesa pubblica. A mio avviso l’ipotesi che il Governo porta avanti nella revisione del Pnrr non credo possa salvare quel rilevante volano di risorse.

Ed allora la Presidente Brancaccio, sono sicuro, proporrà di ricorrere ad uno strumento che l’Ance aveva cercato di rivedere proprio nell’ultima edizione del Codice Appalti, mi riferisco al Partenariato Pubblico-Privato. In particolare il nuovo Codice Appalti dedica una intera sezione a tale strumento. L’intenzione del legislatore è quella di fare chiarezza iniziando proprio dalla definizione: il Partenariato Pubblico-Privato è un’operazione economica (non una tipologia di contratto contrapposta al contratto di concessione, come poteva trapelare dalla vecchia normativa).

Riporto le 4 componenti che devono sussistere affinché l’operazione economica possa qualificarsi come Partenariato Pubblico-Privato: · È instaurato un rapporto contrattuale di lungo periodo tra un ente concedente e uno o più operatori economici privati per raggiungere un risultato di interesse pubblico. · La copertura dei fabbisogni finanziari connessi alla realizzazione del progetto proviene in misura significativa da risorse private, anche in ragione del rischio operativo assunto dalla medesima. · Alla parte privata spetta il compito di realizzare e gestire il progetto, mentre alla parte pubblica quello di definire gli obiettivi e di verificarne l’attuazione. · Il rischio operativo connesso alla realizzazione dei lavori o alla gestione dei servizi è allocato in capo al soggetto privato.

Vengono precisati ancor meglio i rapporti tra concessione e finanza di progetto: non sono due tipologie contrattuali diverse (come nella struttura dell’impianto codicistico del 2016), ma lo stesso contratto di concessione che può essere finanziato, sia in corporate financing, sia in project financing. Altra novità significativa è il superamento del limite quantitativdel 49% di contributo pubblico – ossia il valore monetario che l’Ente pubblico può trasferire al privato.

Ed allora nasce spontaneo chiedersi perché in questi 2 anni di rivisitazione del Codice Appalti non abbiamo assistito a forme di Partenariato Pubblico-Privato? La risposta è semplice: finora non ci sono state misurabili e concrete certezze sulla copertura finanziaria da parte del soggetto pubblico e questa certezza può solo venire da una assegnazione percentuale fissa del Pil e non da altre forme che finora non hanno mai dato certezza sulla reale copertura. Un simile automatismo eviterebbe quello che prima ho definito “il pellegrinaggio di autunno”.

Ma queste considerazioni sul dopo Pnrr e sulla esigenza di dare attuazione concreta a forme di Partenariato- Pubblico-Privato trovano un ulteriore elemento determinante, mi riferisco al “fattore tempo”; nell’Assemblea dell’Ance del 24 giugno scorso ha preso corpo, a mio avviso, una vera rivoluzione concettuale: il mondo delle costruzioni riconosce al “fattore tempo” un riferimento chiave per la crescita e lo sviluppo del Paese. Un riconoscimento che produce una nuova carica al mondo delle costruzioni e contestualmente una presa di coscienza di quanto la sottovalutazione di tale fattore abbia contribuito a incrinare, soprattutto nel passato decennio, il processo di crescita. È questo ormai, ha ribadito la Presidente dell’Ance, il “tempo giusto”.

Utilizzo la sua denuncia aggiungendo alcuni elementi che rafforzano le sue dichiarazioni. È “il tempo giusto” perché: · Dobbiamo oggi e non domani decidere come evitare di perdere 130 miliardi di risorse del Pnrr che non riusciremo a spendere entro il 30 giugno del 2026. Quindi una capacità decisionale nelle scelte possibili da prendere di intesa con la Unione Europea e con le Regioni. · Dobbiamo “reinventarci”, cioè dobbiamo cambiare il nostro approccio intellettuale nella gestione progettuale, nella gestione realizzativa, nella gestione manutentiva delle nostre infrastrutture attraverso il ricorso alla digitalizzazione organica di tutti i processi ingegneristici. · Dobbiamo affrontare finalmente delle realtà programmatiche che ormai non sono più tali ma sono diventate emergenze non procrastinabili, mi riferisco alla “casa”, all’”acqua” e all’”energia”. Sono emergenze la cui soluzione non può più essere rinviata perché, faccio solo un esempio, è bene che si affronti oggi una emergenza che fra quattro anni vivremo nella nostra capitale: disporremo in realtà di sole quattro ore al giorno di acqua corrente se non saremo in grado di completare il raddoppio dell’acquedotto del Peschiera. · Dobbiamo affrontare e risolvere il tema legato alla “rigenerazione urbana” che finora è stato affrontato come interessante approccio culturale, come una esigenza della evoluzione delle nostre città dimenticando che la rigenerazione urbana rappresenta ormai una evoluzione concettuale di cosa intendiamo per “nuova realtà urbana”, di ciò che sarà l’uso dell’abitare. · Dobbiamo avere il coraggio di rivedere integralmente la nostra capacità programmatica legata al medio e lungo periodo identificando scenari che spesso preferiamo non immaginare perché coscienti della nostra limitata capacità di superare i vincoli procedurali a volte folli, della nostra capacità a capire che il “futuro” comincia poche ore dopo l’“oggi”. · Dobbiamo convincerci, una volta per tutte, della sottovalutazione delle emergenze non da parte solo del Governo ma spesso dello stesso Parlamento che da anni ha posto poca attenzione alla dimensione programmatica delle nostre Leggi di spesa.

Ebbene, tutti questi impegni sono legati da un comune denominatore: la forza del tempo, la forza e la capacità di decidere oggi e non domani.

Articoli correlati

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Il costo delle calamità: 358 miliardi in 80 anni

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Dissesto idrogeologico: un piano strutturale di manutenzione per il territorio

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Intervista a Nello Musumeci – “L’Italia Paese fragile: prioritario completare i cantieri già partiti”

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Quella ricostruzione guidata dai Comuni e dalla buona Politica

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Dal modello Friuli al cantiere del futuro

    Leggi articolo

  • l’inchiesta: prevenire è meglio che curare

    Italia più sicura: fare prevenzione è anche una grande leva economica

    Leggi articolo

Tag collegati:

Condividi

Resta al passo
grazie ai contenuti di ANCEmag

Iscriviti Ora

Dai visibilità alla tua azienda
Richiedi informazioni

Altri articoli

  • Piano Casa da 15 miliardi: in campo Ue e capitali privati

    l’inchiesta: è il tempo giusto

  • Rigenerazione urbana La sfida delle “Città del futuro”

    l’inchiesta: è il tempo giusto

  • Una tre giorni di proposte all’insegna della creatività

    l’inchiesta: è il tempo giusto