l’inchiesta: il futuro è in città

Emissioni zero: incentivi da potenziare

Scritto da

Emanuele Imperiali

Pubblicato il

25/12/2025

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5'

L’attuale sistema degli incentivi non è all’altezza della sfida epocale che le città stanno vivendo, in vista di un patrimonio edilizio a emissioni zero al 2050, obiettivo posto con forza dall’Unione Europea. Parola di Virginio Trivella, delegato all’efficienza energetica di Assimpredil Ance, che ha introdotto la tavola rotonda sul tema «Città sostenibili: il futuro degli incentivi tra sfide nazionali e scenari europei» svoltasi nell’ambito della tre giorni “Città nel Futuro” organizzata dall’Ance. L’interrogativo che ha posto Trivella, aprendo il dibattito, al quale hanno partecipato Gregorio De Felice, Head of Research and Chief Economist Intesa Sanpaolo, ed Enrico Zanetti, consigliere del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e a lungo viceministro al Mef, è efficace: senza strumenti fiscali adeguati la finanza privata non si attiva, ma senza finanza privata gli incentivi pubblici non bastano. E allora, come si esce da questo almeno apparente dilemma? Anche perché i numeri esposti dal rappresentante di Assimpredil Milano sono da far tremare le vene ai polsi: «La dimensione della sfida – spiega – va letta alla luce delle stime dell’Ance: entro il 2035, serviranno interventi su almeno un milione e mezzo di edifici residenziali e 300mila non residenziali». Tutto ciò richiederà un volume di investimenti valutabile in diverse centinaia di miliardi. «Ai quali poi – incalza Trivella – bisogna aggiungere gli obiettivi del settore pubblico, per una riqualificazione del 3% annuo della superficie edilizia». Ecco perché il delegato di Assimpredil giunge alla conclusione che bisogna utilizzare sinergicamente tutte le leve disponibili, dalle politiche pubbliche capaci di mobilitare incentivi, alla finanza privata, agli strumenti normativi, alle competenze presenti nel Paese. Un dato di fatto, a parere dell’Ance, è incontrovertibile, le attuali aliquote piatte e di bassa intensità non stimolano il mercato. Per di più, è venuta anche meno la possibilità per le imprese edili di cedere i crediti fiscali. Ecco allora che si torna al punto cruciale della domanda: come colmare con incentivi pubblici e risorse private, tra loro coordinate, il fallimento del mercato nel promuovere gli obiettivi che oggi le città hanno? Che sono sostanzialmente due. Il primo, la transizione ecologica ed energetica del patrimonio edilizio esistente. Il secondo, l’accesso alla casa per quelle fasce di popolazione che non hanno la possibilità di averla a costi di mercato. Non raggiungere queste due finalità significa inevitabilmente perdere la sfida con la rigenerazione urbana. Ance ha messo a punto un piano, condiviso con le Istituzioni, che si basa su una nuova struttura di incentivi, attraverso un mix tra detrazioni fiscali, finanza agevolata e contributi diretti, modulati in funzione della capacità contributiva dei beneficiari. Per Gregorio De Felice, se le imprese appaiono troppo prudenti sugli investimenti, è perché gli incentivi arrivano tardi. Ed è questo il motivo principale per cui gli investimenti alla fine non si fanno. «Se c’è attesa per uno stimolo – sottolinea – si ferma tutto aspettando l’incentivo». Ed è quel che è successo nel 2024 e anche finora nel 2025. «Per fortuna l’ultimo dato sugli investimenti è leggermente positivo, in quanto si può spendere utilizzando le risorse del Pnrr, che però, scade tra un anno circa». In particolare, per l’edilizia, il capo economista di Intesa Sanpaolo nota una divaricazione: maggior cautela sul residenziale, anche per effetto del rimbalzo dopo i lavori del Superbonus e degli altri incentivi sulla casa, molto più spazio per le opere infrastrutturali connesse al Piano Nazionale Ripresa e Resilienza. In definitiva, secondo De Felice, l’attuale sistema di incentivi ha livelli troppo bassi di intensità per agire da vero stimolo. «Il Mef si trincera dietro il loro costo elevato – interviene Trivella – e allora ben venga almeno un uso efficace della garanzia pubblica per l’attivazione del Fondo nazionale per l’efficienza energetica, rivolto alle imprese e alle Pubbliche Amministrazioni». Enrico Zanetti esordisce chiarendo un punto molto importante: per la transizione energetica il 2026 e il 2027 sono gli ultimi due anni su cui si scaricano pesantemente sul bilancio pubblico gli effetti del Superbonus. Inoltre, a fine anno entra in vigore l’incentivo Conto Termico 3.0, una misura interessante, pur se con risorse insufficienti, perché il Governo ha spazi limitati di finanza pubblica. «Non mi farei grandi illusioni – conclude – Ha ragione il ministro Giorgetti quando dice che le case green sono bellissime, ma chi ci mette i soldi?» Il tema del futuro delle città richiama quello del clima, argomento di un’altra tavola rotonda su «Città e clima: scenari, soluzioni e responsabilità», moderato dalla vicepresidente Ance Silvia Ricci, al quale partecipano il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli e il direttore del reparto di Pneumologia dell’Istituto dei Tumori di Milano Roberto Boffi. «Perché l’incidenza che hanno le città, che noi contribuiamo a costruire, sull’ambiente circostante – rileva la Ricci – è rilevante». Mirabelli spiega che nel 2022 è stata introdotta in modo esplicito la tutela dell’ambiente in Costituzione, prima c’era solo un accenno nei rapporti tra Stato e Regioni. «La città – sottolinea – è memoria di una comunità nel tempo, ma anche apertura alla comunità del futuro». La tutela dell’ambiente costituzionalmente garantita implica due aspetti: salvaguardia del contesto generale di vita di una persona. E attenzione all’ambiente per conservarlo a favore delle generazioni successive. «Ecco perché – ribadisce Mirabelli – l’attività economica, la cui libertà è costituzionalmente garantita, deve rispettare sempre l’interesse collettivo, nell’ambito del quale c’è il rispetto dell’ambiente». E l’ambiente non va inteso soltanto come struttura fisica ma come contesto nel quale vive una persona. Boffi esordisce mettendo in risalto la vulnerabilità e l’esposizione ai fattori di rischio ambientale per ciascuno di noi, in particolare il rapporto con un ambiente più o meno malato. Ciò genera conseguenze non solo sulla nostra vita, ma attraverso il Dna, anche sulle generazioni future. «Non è un caso – sottolinea lo pneumologo – che nella Pianura Padana l’aspettativa di vita sia in media inferiore di circa due anni, che non è affatto poco». Eppure, lamenta Boffi, nei corsi universitari di medicina si studia ancora troppo poco la materia ambientale. Lo pneumologo dimostra come il fumo passivo influisca sull’inquinamento addirittura più delle emissioni dei motori diesel: «Le sigarette – spiega – inquinano 10 volte di più rispetto alle auto». Apprezzando il passo in avanti che si è fatto con la legge Sirchia nel 2002, auspica che la norma applicata a Milano da gennaio di quest’anno, in base alla quale è vietato fumare a meno di 10 metri dagli altri anche all’aperto, venga estesa al resto del Paese. «Perché l’inquinamento è vigliacco – conclude – e colpisce in particolare le persone più fragili, a partire dai bambini».

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