l’inchiesta: il futuro è in città
L’analisi: Accelerare gli investimenti per la crescita
I conti dell’Italia dopo la manovra: bisogna rilanciare gli asset fondamentali del Paese

Scritto da
Dino Pesole
Pubblicato il
25/12/2025
Tempo di lettura
4'

Per una manovra il cui obiettivo principale è ridurre già quest’anno il deficit al 3% del Pil (rispetto al 3,3% previsto in primavera) così da garantire con un anno di anticipo l’uscita dalla procedura d’infrazione aperta da Bruxelles per disavanzo eccessivo, i margini di finanza pubblica erano già esigui nelle premesse. Non vi è dunque da meravigliarsi più di tanto se la legge di Bilancio per il 2026 è di modesta entità (18,7 miliardi) e limitata nel suo raggio di azione. In ossequio alle nuove regole di bilancio europee che guardano soprattutto all’andamento della spesa primaria netta, la manovra che è ora all’esame del Parlamento prevede il ricorso a nuovo indebitamento per soli 900 milioni. Ben diverso è stato l’impatto dell’extradeficit nel 2024 (15,7 miliardi) e nel 2025 (altri 8,4 miliardi). Se ne riparlerà nel 2027, quando nell’approssimarsi delle elezioni politiche, si potranno mettere in campo circa 6 miliardi. Al momento, precluso il ricorso a nuovo extradeficit, il prospetto delle coperture individuato dal governo è tutt’altro che indolore, sia sul versante fiscale che su quello della spesa corrente. Obiettivo, finanziare gran parte degli interventi inseriti in manovra, a partire dal taglio dell’ aliquota Irpef per i redditi da 28mila a 50mila euro, che costa 9 miliardi nel triennio ed è diretta a 13,6 milioni di contribuenti. Ne sono esclusi i percettori di redditi superiori ai 200mila euro annui, ma si tratta di un’esigua minoranza: 146mila contribuenti (lo 0,34% del totale). Quanti dichiarano più di 50mila euro (2,88 milioni di italiani) potranno contare su uno sconto di imposta pari a 440 euro l’anno, cumulando così nel totale sconti per 1,27 miliardi all’anno. In sostanza, con questa manovra fiscale il governo punta a ridurre le imposte sul cosiddetto ceto medio, categoria del resto fra le meno definite del nostro sistema economico. Vedrà la luce anche la quinta rottamazione delle cartelle esattoriali, anche se in una versione più soft rispetto alle proposte originarie della Lega. Tra le coperture spicca in primis il contributo chiesto alle banche e alle assicurazioni. Operazione che ha creato non pochi malumori all’interno della maggioranza con Lega e Forza Italia schierati su fronti contrapposti. L’effetto è un gettito atteso nel 2026 che si attesta attorno a 4,3 miliardi, di cui 1,13 miliardi deriva dall’aumento di due punti dell’Irap (per tre anni) per banche, intermediari finanziari e assicurazioni (nel totale oltre 11 miliardi nel triennio). Tra le altre misure che determinano un incasso a fondo perduto l’affrancamento dei 6,2 miliardi di utili accantonati nel 2023: è confermata la possibilità di liberarli pagando un’aliquota ridotta al 27,5% nel 2026, con un gettito atteso di 1,65 miliardi. Poi la polemica si è spostata sugli affitti brevi con una misura (destinata anch’essa a cambiare nel corso dell’esame parlamentare) che aumenta dal 21 al 26% la cedolare secca da versare da parte dei proprietari di immobili che si avvalgano di intermediari tra cui Airbnb, in pratica il 90% dei casi. Ma anche il capitolo dei tagli alla spesa imporrà una cura dimagrante ai ministeri per 2,1 miliardi nel 2026 che salgono a 7 miliardi nel triennio tra tagli diretti e rinvio degli investimenti, mentre una parte cospicua delle coperture è individuata nella rimodulazione di 5 miliardi che provengono dal Pnrr. Tutte misure inserite nel testo della manovra approvato dal Consiglio dei ministri, ma ora per un giudizio definitivo occorrerà attendere l’approvazione definitiva da parte del Parlamento, attesa come di consueto entro la fine dell’anno. Tra le correzioni in arrivo vi saranno certamente le riduzioni di spesa a carico del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, per un totale di 525 milioni (vi rientrano tagli ad opere quali la Metro C di Roma, la linea M4 di Milano e la metro di Afragola). Il tutto a fronte di una manovra che avrà un effetto nullo sulla crescita nel 2026 e di un esiguo 0,1% nel 2027. In questo contesto va accolta con favore la decisione del governo di ripristinare due strumenti a beneficio delle imprese quali il superammortamento e l’iperammortamento anche se tale scelta ha comportato la rinuncia alla cosiddetta Ires premiale introdotta per il solo 2025. Nel totale la manovra per le imprese ammonta a 4 miliardi, che risultano però ampiamente “compensati” dai 5,2 miliardi chiesti (anche questa misura è destinata a essere rivista nel corso dell’iter parlamentare) sotto forma della nuova stretta fiscale sui dividendi, della revisione della tassazione delle plusvalenze e della norma sulla svalutazione dei crediti. Correzioni alla manovra sono possibili – fa sapere il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – ma nel rispetto dei saldi e senza deviare dal percorso delineato dalle nuove regole di bilancio europee. Ma spingere con maggiore incisività sul versante degli investimenti, e collocare gli interventi all’interno di un disegno complessivo che ponga in primo piano la politica industriale, e scommetta su asset fondamentali, a partire dal sostegno al capitale umano e dalla sfida posta dalle tecnologie digitali e dall’intelligenza artificiale, appare comunque una necessità e un’urgenza, che certo non può esaurirsi nel raggio di azione coperto da una sola legge di Bilancio.
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