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Le sfide del maxi evento diffuso sul territorio

Coinvolte due Regioni e due Province autonome. L’eredità da gestire e valorizzare delle infrastrutture che sono state realizzate per le Olimpiadi

Scritto da

Michele Franzina

Pubblicato il

29/05/2026

Tempo di lettura

4'

L’imminente appuntamento olimpico, il quarto in Italia dopo Cortina 1956, Roma 1960 e Torino 2006, si distingue da tutti gli altri per il fatto di essere la prima Olimpiade “diffusa” nella storia: 18 sedi di gara disseminate in un’area di 22.000 mq, due regioni coinvolte cui si aggiungono altrettante province autonome.

Si tratta di un modello che il CIO potrebbe replicare in futuro, anche per la versione estiva, con una o più città capofila e un territorio vasto coinvolto nell’organizzazione e nell’ospitalità. Un modello che offre evidenti vantaggi, in termini di sostenibilità, visto che l’impatto non è concentrato su un’area circoscritta, ma nasconde anche insidie e criticità.

Innanzitutto, va detto che il carattere diffuso di questa Olimpiade ha rappresentato per organizzatori, pianificatori e costruttori un banco di prova sfidante: una serie di interventi a scala vasta impone, di fatto, una strategia di pianificazione territoriale che travalica i confini comunali o regionali, e richiede quindi un approccio fortemente integrato.

A ciò si aggiunga che la disseminazione di atleti e spettatori in un’area geografica estesa, con i due poli estremi che distano oltre 400 km e con in mezzo limitazioni orografiche non trascurabili, presuppone una rete infrastrutturale capillare ed efficiente.

Il tutto poi si innesta sulle complessità tipiche di questi grandi eventi: tempi stretti, con l’assegnazione avvenuta nel 2019, esigenze temporanee, considerando che i Giochi durano poco più di un mese includendo anche le Paralimpiadi, lavorazioni in quota, accessibilità, logistica dei materiali, stagionalità e sicurezza.

Ma soprattutto sono due gli aspetti più delicati, fortemente correlati l’uno all’altro, che vanno considerati nella valutazione delle scelte strategiche fin qui operate: l’eredità, la cosiddetta legacy, e la natura degli investimenti, i cosiddetti stranded assets.

Il lascito olimpico, in questo caso, si concretizza programmaticamente nella necessità di invertire la propensione allo spopolamento delle aree montane: nella sola conca ampezzana dal 1970 ad oggi la popolazione è diminuita di oltre un terzo, passando da 8.600 residenti a 5.600.

Per località come Cortina, Predazzo, Tesero, Anterselva, Bormio e Livigno, gli investimenti in infrastrutture sportive e di mobilità, uniti alla straordinaria visibilità mediatica generata dai Giochi, offrono una prospettiva rinnovata, un’occasione imperdibile per invertire una tendenza che altrimenti ha il sapore dell’ineluttabile.

Le valli alpine coinvolte nelle manifestazioni dovranno essere in grado di massimizzare i benefici con mirate campagne di marketing territoriale, per attrarre un turismo lungo, lento, destagionalizzato, sensibile alla qualità della vita e, con esso, nuovi residenti in grado di assicurare i servizi richiesti.

A ciò si aggiunga il dovere etico di rifunzionalizzare impianti e spazi pubblici appositamente realizzati per i Giochi, ma la cui utilità non può esaurirsi nel soddisfacimento delle necessità di atleti e pubblico per qualche settimana.

Da qui nasce la lungimiranza di realizzare interventi che vadano oltre i bisogni del momento, in grado quindi di soddisfare esigenze già presenti o addirittura di stimolarne di nuove, per rendere attrattivi luoghi altrimenti destinati alla marginalità.

Come noto, nell’aggiudicazione a Milano e a Cortina ha giocato un ruolo decisivo il dossier di presentazione della candidatura, che, sintetizzato da un payoff ambizioso, “Olimpiadi a costo zero”, presentava l’intera operazione sotto la bandiera della sostenibilità economica e ambientale, con oltre il 90% delle strutture già presenti, solo da ammodernare e integrare, e con un investimento complessivo di circa 200 milioni di euro.

In realtà, tale previsione è risultata drammaticamente irrealistica per stessa ammissione degli organizzatori. La società pubblica Simico SpA, responsabile della realizzazione delle opere connesse ai Giochi, a poche settimane dalla cerimonia di apertura dichiarava che i 98 interventi programmati, 47 per impianti sportivi e il restante per infrastrutture di trasporto, hanno un valore economico complessivo di quasi 3,5 miliardi di euro.

Solo 16 degli interventi previsti risultano alla data attuale, per chi scrive dicembre 2025, completati, 51 sono in esecuzione, 28 ancora in progettazione e 3 in fase di gara.

Un breve cenno, infine, merita l’ambizioso Piano infrastrutturale delle opere olimpiche: viadotti, tangenziali, gallerie, collegamenti viari, parcheggi, il cui completamento in taluni casi è programmato per il 2033, a sette anni dalla fine dei Giochi.

Ciò non deve sorprendere: da sempre i grandi eventi svolgono la salutare funzione di booster per le economie locali e diventano il presupposto per sbloccare finanziamenti pubblici e privati. Come a dire: non si costruisce per le Olimpiadi, ma grazie alle Olimpiadi.

Pur con tutte le specificità del caso, anche questa vigilia olimpica sembra, in sintesi, non sfuggire alla regola dei maggiori eventi sportivi mondiali: all’inizio è sempre una strada lastricata di ottime intenzioni, sostenibilità economica e ambientale, accelerazione nello sviluppo infrastrutturale, eredità, che poi finisce per infrangersi di fronte a limiti e difficoltà contingenti, nella migliore delle ipotesi, o di fronte a sprechi e affari, nella peggiore.

Rimane da un lato il rammarico per un’occasione perduta, uscire dal solco dei precedenti, dall’altro il compiacimento per la capacità dell’infrastruttura sportiva di trasformarsi in un volano economico per il territorio, soprattutto in un’ottica di lungo periodo.

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