l’inchiesta: in pista il sistema Italia
Ora la priorità diventa la crescita
Il commento

Scritto da
Dino Pesole
Pubblicato il
29/05/2026
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4'

La gestione prudente dei conti pubblici è certamente apprezzabile. Consentirà di ridurre con un anno di anticipo il deficit al di sotto della soglia limite del 3% del Pil, anticipando in tal modo l’uscita dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo decisa da Bruxelles nel 2024.
Ed è al tempo stesso la precondizione per accedere ai fondi europei per la difesa attraverso il programma “Safe”, che per l’Italia ammontano a circa 14,9 miliardi dei 150 complessivi messi in campo per tutti i Paesi europei.
La stabilità finanziaria è del resto fondamentale per un Paese che deve emettere titoli per oltre 400 miliardi l’anno per far fronte a un debito pubblico in aumento, secondo le stime del Documento programmatico di Bilancio, dal 136,2% del 2025 al 137,4% del 2026, per poi cominciare a flettere al 137,3% nel 2027 e al 136,4% nel 2028. Ed è certamente una buona notizia che lo spread si attesti ai minimi nei dintorni dei 70 punti base.
Se tutto ciò è vero ed è confermato dai dati, è altresì necessario ribadire che il vero problema per la nostra economia resta la bassa crescita. Da questo punto di vista, la manovra da 22 miliardi per il 2026 non reca in dote alcun contributo per spingere in alto l’asticella del Pil, che resta inchiodato a tassi dello “zero virgola”.
È un elemento da non sottovalutare perché nel medio periodo è proprio la crescita la vera, strutturale “clausola di sostenibilità” del debito. Un tasso di crescita così esiguo ci espone a rischi, nella malaugurata ipotesi di nuove possibili crisi finanziarie, tenendo conto che si avvicina la scadenza del periodo di vigenza del Pnrr.
Si è discusso molto tra gli addetti ai lavori dell’apporto effettivo fornito dal Pnrr al sostegno del Pil. Di certo non è stato finora all’altezza delle aspettative, ma occorre altresì ricordare che senza la spinta del Pnrr probabilmente saremmo finiti in stagnazione, se non in recessione.
Ecco allora la vera sfida che attende il Governo da qui alla prossima legge di Bilancio, l’ultima della legislatura in cui si dovranno fare i conti con le spinte provenienti dalle varie forze della maggioranza a inserire misure dirette al proprio elettorato di riferimento. Ma a ben vedere è una sfida che riguarda l’intero Paese, e che dunque va proiettata su un orizzonte necessariamente pluriennale.
Per spingere il pedale sulla crescita, certo c’è da fare i conti con le variabili internazionali, ma non si potrà prescindere dal mettere in campo una strategia di medio periodo di politica industriale che ponga al centro la sfida delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale, oltre che della transizione ecologica ed energetica, di azioni accorte dal lato dell’offerta, il tema della concorrenza, e di investimenti nel capitale umano, tanto per citare alcuni degli addendi.
Servono riforme e investimenti, in un mix che possa agire sul potenziale di sviluppo dell’economia, pari ad almeno il 2% l’anno. Occorre provare a invertire le aspettative di famiglie e imprese, che, stante l’attuale scenario internazionale, non possono che essere dominate dall’incertezza e dunque dalla prudenza nella propensione all’aumento dei consumi.
I dati Istat sono molto eloquenti da questo punto di vista: nel terzo trimestre dello scorso anno si è registrato un aumento sia del potere d’acquisto sia della propensione al risparmio delle famiglie che, escludendo il periodo Covid, ha raggiunto livelli massimi dal terzo trimestre del 2009.
Più nel dettaglio, la propensione al risparmio è stimata all’11,4%, in aumento dell’1,5% rispetto al trimestre precedente, a fronte di un aumento dell’1,8% del potere di acquisto. Un ruolo lo hanno avuto certamente i rinnovi contrattuali, cui vanno ad aggiungersi gli sconti fiscali previsti dalla manovra del 2025, ora rafforzati dalle misure contenute nella legge di Bilancio del 2026.
Tra queste spicca il taglio della seconda aliquota Irpef dal 35% al 33% per i redditi fino a 50 mila euro, con benefici fino ai 200mila euro, nonché la tassazione degli incrementi contrattuali che resta al 5% per i redditi fino a 33mila euro, con riferimento ai rinnovi effettuati nel triennio 2024-2026.
Più potere di acquisto, dunque, che però non si traduce in maggiori consumi, che contribuirebbero a sostenere la domanda interna, ma in maggiori risparmi. Come sempre avviene in tempi di crisi e di grave incertezza sul futuro, le famiglie preferiscono attendere tempi migliori, e dirottano per gran parte la maggiore disponibilità in risparmi.
Il risultato è che la spesa per consumi resta debole: se il reddito disponibile delle famiglie è cresciuto del 2% rispetto al trimestre precedente, i consumi sono cresciuti dello 0,3%.
E a dicembre 2025 l’inflazione è tornata a correre, spinta da cibo e trasporti, con i prezzi che hanno registrato un +0,2% su novembre e un aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Una fiammata probabilmente temporanea, che mantiene comunque il livello dell’inflazione al di sotto dell’area euro che nell’ultimo mese dell’anno si è attestata al 2%, in leggero calo su novembre, quando era al 2,1%.
Ed evidentemente la spinta attesa dall’incremento dell’occupazione non può avere ancora effetti tangibili, trattandosi per gran parte di nuova occupazione con bassa produttività e livelli moderati di dinamica salariale.
L’ultima nota congiunturale dell’Ufficio parlamentare di Bilancio evidenzia che rispetto al 2020 i salari reali hanno perso circa il 9% in termini di potere di acquisto, in gran parte per effetto della fiammata inflattiva del 2022 causata dall’invasione russa dell’Ucraina.
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